Grandioso perfetto. Ma c’è qualcosa che non va. Qualcosa di ferocemente sbagliato. Eppure bellissimo, monumentale

MILANO, venerdì 8 dicembre ► (di Carla Maria Casanova) – Confesso. È la prima volta, in tanti anni, che la inaugurazione della Scala mi ha messo a disagio. Nei giorni scorsi ho visto la fila di persone che attendeva la possibile, non probabile, assegnazione di uno dei 144 posti del loggione, la quale sarebbe avvenuta solo il 7 mattina, per estrazione (con notaio, credo). Alcuni di questi postulanti dicevano: Per me è  la prima volta… Io vengo alla Scala dal 2007, Io dal 1995!!!…
Io – che firmo- alla inaugurazione della Scala vengo dal 1960, ininterrottamente (Covid escluso). Ho un record assoluto. Non è per fare la gradassa. È solo una questione di anzianità. Sono la più vecchia… Ho visto tutto, sentito tutto.
Questa volta c’è qualcosa che non va più. C’è qualcosa di ferocemente sbagliato in tutto quanto.
La frenesia delle informazioni intorno a questa prima ha raggiunto il parossismo: 35 collegamenti cittadini, 20 mondiali (cito a caso). Riprese tecnologiche in 4 k (quattro volte superiore all’HD, per chi se ne intende). Nel mondo, tutto ha da essere più. Più grande, più bello, più costoso, più lungo, più fenomenale. Basta che sia più.
La sublime Lucilla dell’ufficio stampa scaligero mi ha chiamato alle 22 di ieri con voce rotta. Scusa se ho giù la voce, connetto ancora per poco. Quest’anno vi mandiamo gli inviti per mail. Devo fare ancora tutti i biglietti. I programmi di sala non sono ancora arrivati. Sentiamoci domani mattina…
La Scala inaugura la stagione per la duecentoquarantesima volta o giù di lì. Tutto regolare. Regolare un bel niente. Mezzo, o certamente un quarto di mondo sta soffrendo fame, freddo, sevizie, torture inenarrabili. Nel 2050 non ci sarà più acqua da bere. Mangeranno (per fortuna sarò morta) carne vegetale, broccoli in pillole, si sposteranno sui droni personali, affitteranno voli per Luna, Marte, Venere… Per Giove! Sì, anche per Giove!
Ieri sera mi si è rotto un filo della collana della Traviata di Rio (1951) della Tebaldi, avuta da lei in dono. È un gioiello teatrale molto importante, lo posso indossare solo a una prima della Scala. Il mio gioielliere mi ha fatto un piacere: stamattina l’ha reinfilato. Vado alla Scala. Però diamoci una regolata.
Qualcosa non va più.
Il concetto vi dissi. Or ascoltate com’egli è svolto. Andiam. Incominciate!
Milano. Teatro alla Scala. Don Carlo di Giuseppe Verdi inaugura la Scala per la quinta volta.
È opera monumentale. Grandiosa. Bellissima. I rifacimenti sono stati tanti, dalla prima di Parigi (1867) in francese, Carlos con la s finale e in 5 atti. Pochi mesi dopo a Bologna già la s non c’era più. Così alla prima scaligera, marzo poi 26 dicembre 1868, Però gli atti sempre 5 e il balletto. Poi il pubblico (italiano sia chiaro) si era lamentato: troppo lungo. Allora, per il ritorno alla Scala nel 1884, Verdi taglia. Gli atti sono quattro. Torneranno ad essere 5, alla Scala, solo due volte: nella stagione del bicentenario (1977), con Abbado, e nella ripresa con Myung Whun Chung 2017. Sennò, sia Muti (1992) sia Gatti (2008) lo riprenderanno in 4 atti.
Che fosse da tagliare, mi pare buona cosa, peccato proprio l’atto di Fontainebleau, il flash back che introduce la storia, là dove si capisce perché Elisabetta e Carlo si innamorano. Pazienza. Oramai sappiamo tutti com’è andata. E poi non sarà nell’opera lirica che cerchiamo spiegazioni. Anche così Don Carlo pullula di pagine, arie, duetti sublimi. Tutto da ascoltare.
I paragoni tra le diverse produzioni, anche solo delle precedenti edizioni scaligere, si sprecano. Stamattina su Rai 5 hanno fatto passare quella del 2008. Confronti inevitabili. Nell’edizione di oggi alla Scala il cast non è dei più omogenei, anche se le singole voci sono tra le migliori sul mercato. Ieri sera, dopo il primo duetto Filippo/Posa, mi è venuto spontaneo: Pertusi (Filippo) supera tutti. Timbro vocale, dizione, intelligenza, presenza, personalità: che artista! È stato un vero dolore quando il sovrintendente Meyer è venuto alla ribalta per annunciare che Pertusi aveva avuto un improvviso abbassamento di voce e avrebbe continuato alla meglio. Proprio prima della sua grande aria “Ella giammai m’amò!” L’ha cantata da grandissimo professionista ma che peccato!
Gli altri: Francesco Meli (don Carlo) è corretto, sincero; Luca Salsi (Posa) con la grande voce che oggi gli fa cantar tutto, qui ha anche una affettuosa partecipazione personale ma gli manca proprio l’aplomb del “marchese, duca siete” (Bastianini dove sei); Anna Netrebko (Elisabetta) vent’anni fa additata come soprano rivelazione prima al mondo (forse allora quasi lo era) è una brava cantante cui continuo a non riconoscere una spiccata personalità, anche se la voce è bella. Ma è difficile inventarsi regine.
Elina Garanča (Eboli) mezzosoprano lettone assai avvenente, ha puntato sul sottile lato perfido del personaggio (ma quando si è gelosi si sa…) poi redimendosi nell’appassionato celebre “O don fatale”. In alcune repliche subentrerà la nostra Veronica Simeoni.
Nei panni del paggio canta Eliza Verzier. Sul versante maschile c’è stata una sostituzione nel ruolo del Grande Inquisitore, affidato al basso Jongmin Park. Un bel bassone però siamo molto lontani, specie per la terrificante presenza che questo “Prelato” dovrebbe avere, dai grandi interpreti del passato.
Sul podio di Orchestra e Coro della Scala c’è il direttore musicale Riccardo Chailly, alla sua decima inaugurazione di stagione. È direttore esperto, accurato, attento. Forse sono stati i tempi un tantino lenti a non accontentare tutti? Ma ricordate quella volta che qualcuno dal loggione gridò: “Tempi da banda!” a Kleiber? A Carlos Kleiber. Per fortuna Toscanini era morto. Punto.
Eccoci allo spettacolo.
Sala esauritissima. Il palco reale rimpannucciato con decorazione floreale da presepio. Al posto del Capo dello Stato sedeva la senatrice a vita Liliana Segre.
In scena, spettacolo grandioso, dignitoso, scaligero perfetto. Tetro quel tanto che basta. (Impianto scenico di Daniel Bianco). Subito una cancellata e così sappiamo che di libertà qui non si parla.
L’atmosfera non si rallegra mai, nemmeno nell’atto lieve della “Canzone del velo” atto che però viene popolato da personaggi variopinti (costumi Franca Squarciapino) tra cui una piccola animata folla di coloratissimi nani (pardon: signori diversamente alti) addobbati con vestitini sgargianti.
Poi torna l’impianto turrito con le pareti di alabastro che si srotolano per aprire gli spazi. Non è roba stupefacente, si è visto ben altro. Ma viene la scena dell’Autodafè, davvero grandiosa. Un impatto da lasciare a bocca aperta. Da ricordare.
Onore qui anche al regista Lluis Pasqual, che per il resto non si è lasciato cogliere da imput di esagerata fantasia. Il suo operato non è stato apprezzato dal pubblico che, alla fine, ha emesso a sua intenzione sonori buu. Lo spettacolo dura 182 minuti più 60 dei due intervalli. 7 repliche fino al 2 gennaio (dicono “tutte esaurite”. E allora come si fa?)
Tradizionale chiusura di serata alla Società del Giardino per la cena di gala con menu succulento approntato per il dodicesimo anno da Caffè Scala che si avvale per la seconda volta dello Chef Enrico Bartolini affiancato Da Davide Boglioli. Tutti i salmi finiscono in gloria.