(di Patrizia Pedrazzini) – A una prima occhiata, sembra una ridda vorticosa e disordinata di villici che ballano, bevono e si baciano. Poi, a ben guardare, si nota che la composizione è pensata con grande cura: l’uomo che esce dalla danza e sembra andare verso lo spettatore, i due suonatori di cornamusa, le coppie che volteggiando attraversano il dipinto in diagonale, la sposa, forse la giovane donna dai capelli sciolti trattenuti da un diadema.
È “La danza nuziale”, dipinto del 1566 a lungo ritenuto, per l’alta qualità, opera autografa di Pieter Bruegel il Vecchio, e oggi invece attribuito con tutta probabilità a un copista.
Ma, comunque sia, c’è tutto il capostipite della celebre dinastia di pittori fiamminghi in questo quadro che accoglie il visitatore all’inizio della mostra “I Brueghel”. Le origini dei generi pittorici in Europa”, a Milano nelle sale di Palazzo Reale fino al prossimo 31 gennaio.
Pieter il fondatore, l’erede di Hieronymus Bosch il visionario, non però semplice imitatore, ma interprete capace di rielaborare. L’artista che, là dove il Maestro si inabissa in un universo di incubi, allegorie cosmiche e demoni medievali, preferisce guardare alla terra, e quindi al fango, alla neve, al sudore delle feste di paese (e infatti tradizionalmente è chiamato il “Bruegel contadinesco”), rendendo le proprie visioni più incarnate nella realtà.
A lui, al figlio primogenito Pieter Brueghel il Giovane e al secondogenito Jan Brueghel il Vecchio (oltre che ad altri artisti, sia membri della grande famiglia, sia loro contemporanei, i lavori dei quali si aprono a un continuo confronto), rende omaggio l’esposizione milanese, attraverso più di ottanta fra dipinti, disegni e stampe, chiamati ad attestare come questa grande famiglia di pittori abbia contribuito in modo decisivo, nei Paesi Bassi ma anche in Italia e nel resto d’Europa, alla nascita dei generi pittorici.
Dai territori innevati alle burrasche marine, dalla vita di campagna, e di paese, alle battaglie, dalle scene bibliche a quelle mitologiche, dai paesaggi “puri” alle nature morte, soprattutto di fiori. Con una sola eccezione: i ritratti, quasi totalmente assenti. Ma con tanti, differenti personaggi – contadini e contadine, bambini, festanti, il popolo – chiamati a essere per la prima volta protagonisti assoluti di mondi semplici e quotidiani. Dove nessuna figura è mai dominante sulle altre, mentre appare perfettamente inserita in una proliferazione di soggetti naturali, di animali di ogni specie, di alberi, di campi, di cespugli: un universo in miniatura pieno di oggetti domestici e di strumenti di lavoro, adagiato in contesti rurali costellati di case, capanni, mulini, cappelle, chiese, castelli. E dove i colori, brillanti, pieni, contrastati, dal bianco lattiginoso dei campi innevati al marrone e all’ocra degli alberi, al rosso, al giallo, al verde, al blu delle vivaci vesti dei contadini catturano la luce, guidando l’occhio dello spettatore e quasi animando le composizioni.
Fra le opere più emblematiche della tradizione bruegheliana, di particolare nota è “I Proverbi”, realizzata nel 1607 da Pieter Brueghel il Giovane: in un’unica, brulicante scena, una moltitudine di episodi, oltre un centinaio, ciascuno corrispondente a un proverbio, o a un modo di dire, della cultura popolare fiamminga. Rappresentazione vivace e caotica dell’umanità, dei vizi e delle debolezze umane.
Da non trascurare, tra i lavori in mostra, “Il trionfo della morte”, del 1608, di Jan Brueghel il Giovane: un paesaggio spietato, chiuso a ogni speranza, una sorta di Giudizio universale senza giudizio, nel quale la morte non lascia spazio nemmeno all’ombra della redenzione, fra legioni di scheletri che calano dalle colline disperdendo gli eserciti, mentre formazioni di morti che trasportano bare creano una barriera per incanalare i vivi nella loro trappola, al ritmo dei tamburi di guerra. Ed è ovviamente superfluo il rimando a Hieronymus Bosch.
Mentre a Milano in particolare, città nella quale arrivò nel 1595 su invito del cardinale e arcivescovo Federico Borromeo, committente e primo grande collezionista di pittura fiamminga in Italia, è legata l’opera di Jan Brueghel il Vecchio, figura cosmopolita che viaggiò a lungo in Europa.
Tra i suoi dipinti, quello che, con note decisamente non angoscianti e pennellate di pura bellezza, chiude il percorso espositivo di Palazzo Reale: “Fiori in un bicchiere”, sempre del 1608. Eseguita su rame, materiale che ne aumenta la preziosità e la brillantezza pittorica, l’opera ha come protagonisti i tulipani, i fiori più popolari e ricercati dalle élite dell’epoca, è menzionata in una lettera dell’autore al cardinale Borromeo, e figura oggi fra i capolavori della Pinacoteca Ambrosiana.
(n.d.a. La differenza fra Bruegel e Brueghel è solo nella grafia del cognome: la seconda è quella originaria, che Pieter il Vecchio decise di modificare a partire dal 1559 e che i suoi discendenti decisero di riutilizzare)
“I Brueghel. Le origini dei generi pittorici in Europa”, Milano, Palazzo Reale, fino al 31 gennaio 2027
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