I classici, come metodo di lavoro. E guardando i fatti. Altro che la teoria. Cioè: la grande lezione di Strehler

(di Andrea Bisicchia) È stata una bella sorpresa poter leggere un testo di Strehler quasi disperso, se non si posseggono la rivista THEATRE EN EUROPA (I/4, ottobre 1984), oppure il Quaderno di sala di “La grande Magia” di Eduardo, dove trovò la prima pubblicazione. La lacuna è stata superata da De Piante Editore che ha deciso di pubblicare, su carta pregiata, testi brevi, rari, curiosi e inediti del Novecento italiano, con tiratura limitata e legatura a mano.
Per molti lettori, “Intervista a se stesso”, di Giorgio Strehler, potrebbe essere la scoperta di un metodo di lavoro, oltre che di un’idea di teatro che lo ha caratterizzato e che è entrata in un alone leggendario. Strehler non è stato, certo, un teorico, a lui sono sempre interessati i fatti, benché si sia sempre chiesto quale lezione possa essere tratta dai fatti.
Pirandello ce ne dà una sua interpretazione nei “Sei personaggi”, quando, alla domanda del Capocomico: “Venite al fatto”, il Padre risponde: “Un fatto è come un sacco vuoto. Perché si regga, bisogna farci entrare la ragione e i sentimenti che lo hanno determinato”.
È la stessa risposta che si dà Strehler, perché i fatti sono noti a tutti e corrispondono a tutto quello che ha realizzato al Piccolo: 200 spettacoli che sono anche la testimonianza di una continuità lavorativa senza soste, sempre all’insegna della creatività, che qualcuno mise in discussione durante il ’68, quando persino l’intelligenza  di sinistra si scatenò contro Grassi-Strehler per la gestione autoritaria del Piccolo e per le sue predilezioni nei confronti di Brecht, in particolare quello del “Galileo”, che vide la DC e la Chiesa rivoltarsi contro, cercando, addirittura, di sottrarre le sovvenzioni.
Ma ci furono altre accuse, riguardanti l’eccessivo estetismo e formalismo, oltre che quello di non credere nella drammaturgia contemporanea, benché fossero stati tanti gli autori italiani rappresentati che, però, non hanno lasciato un segno evidente, non certo per colpa di Strehler, il quale, a sua volta, era convinto che non si potesse rappresentare tutto e che fosse doveroso fare delle scelte, quelle che tutti conosciamo e che fanno parte della storia del teatro e non solo del Piccolo, si tratta di Shakespeare, Goldoni, Pirandello, Cechov, Brecht.
Grazie agli spettacoli realizzati dal regista triestino, è nata una nuova scuola di esegeti, e una diversa maniera di teorizzare che partisse dalle messinscene e non solo dai testi, evitando di considerare il teatro un aspetto della letteratura. L’età della regia ha creato una estetica, l’estetismo è stato opera dei continuatori che si limitavano a rendere bello e tecnicamente perfetto uno spettacolo che, però, mancava di creatività.
È Strehler stesso a farsi delle domande e a rispondersi, per esempio, su cosa debba essere uno stile o un metodo. A suo avviso, la parola stile applicata alla regia, non è giusta, è più giusto dire che esistano degli spettacoli che abbiano una identità che non appartiene soltanto al regista, ma anche alla struttura organizzativa e filosofica del teatro in cui nascono, nel suo caso, il Piccolo, il cui contributo è stato quello di un teatro “umano”, che crede nella ragione, in un pensiero che odia le macchinerie mostruose che seguono il ritmo della fabbrica e non del cuore e che, alla fine, si caratterizzano per una levigata superficialità.
Alla stessa maniera, egli non accetta l’idea di un “metodo” Strehler, perché convinto che il metodo sia da ricercare nella pratica, nel modo di concepire lo spazio scenico, nella corresponsabilità, nella fantasia immaginativa, nel cosa si intenda per regia, da concepire come un atto creativo, oltre che un atto critico. Strehler si chiede anche quale possa essere il potere della parola da trasmettere da un palcoscenico, rispondendosi che il teatro di parola è quello costruito, non sull’improvvisazione, come avviene nel teatro performativo, perché l’improvvisazione la si utilizza durante il lavoro iniziale, quando si è in prova, e che, successivamente, è la parola che crea la vera unità dello spettacolo.
Questi pensieri li esprimeva negli anni Ottanta, profetizzando un futuro in cui l’improvvisazione è diventata un canone estetico e la parola assiste al suo declino.
Il volume è preceduto da una prefazione di Claudio Longhi, il quale sostiene che, giocando con la sua ombra, Strehler abbia tracciato un ritratto di sé per “frammenti”, fedele a “un nucleo di idee cardinali”, quello stesso che abbiamo cercato di percorrere.

Giorgio Strehler, “INTERVISTA A SE STESSO “, De Piante Editore 2021, pp. 56, € 20
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