I monologhi? Dilagano. Stanno in scena magari solo una sera, ma spesso creano sconforto e sofferenza in chi lavora

(di Andrea Bisicchia) – All’inizio delle “Coefore”, di Eschilo, dopo il breve monologo di Oreste, il Coro, nel corso del suo intervento, dirà: “Il successo è più che un dio”, che può essere interpretato in due modi, ovvero come opera del divino, oppure come qualcosa che rende pari al divino.
Allora, come intendere il successo a teatro? Come una sfida o come un atto professionale? Come una aspirazione o come il raggiungimento di uno scopo? O, ancora, come una maniera per riconoscersi e occuparsi, con dedizione, di se stessi?
A teatro è diventato sempre più frequente il successo di una sola sera, ben diverso dal successo che si conquista tutte le sere e che si caratterizza per la sua continuità. È un successo che crea ansia, perché lo si deve mantenere intatto, è quello che vanta una lunga durata, fatta di lavoro, di applicazione e di sofferenze continue che ne dimostrano la fragilità. E ben diverso dal successo di una sola serata, quello a cui aspirano tanti giovani attori e tante giovani attrici, fatto di lunghe ricerche per costruire un monologo che si presenta in qualche teatro di periferia, senza quella circuitazione che permetterebbe almeno una breve durata, sempre meglio di una sola sera che non crea soltanto sofferenza, ma anche depressione.
A questo punto, possiamo chiederci: esiste una strategia per ottenere il successo? È, forse, da individuare in quella che ricorre al mestiere, al merito e, qualche volta, anche all’astuzia?
È chiaro che quando, sul palcoscenico, arriva il talento, il successo è sempre assicurato. Solo che, anche il talento, ha bisogno di sacrifici, benché sia un prodotto della natura.  La differenza consiste nel fatto che il talento non crea precarietà, la quale potrà accontentarsi solo del successo di stima. Esistono, poi, dei successi che creano dissonanze all’interno del lavoro dell’attore, che si tramutano in insoddisfazioni, oltre che in sconforto e avvilimento, che l’attore dovrà essere bravo a gestire. Si tratta di una malattia patogena che coinvolge, in particolar modo, i giovani attori che non trovando lavoro, in compagnie istituzionali, per esistere scrivono in fretta dei monologhi per poter dare un senso alla loro vita.
La via dell’assolo, però, è molto pericolosa, per essa non è sufficiente la professionalità, solo il talento permette di essere accettati.
Oggi, il teatro italiano è letteralmente sommerso da monologhi che vengono presentati con delle locandine molto attraenti, ma che, alla prova del palcoscenico, spesso, si rivelano come bigini di storie che hanno, come protagonisti, personaggi storici del passato e del presente che non dicono più nulla di nuovo, ma che servono per il successo di una sola serata, come quella di Benigni col suo monologo su Pietro. C’ è da dire che i teatri italiani sono sempre pieni, a Milano è difficile persino prenotare, si tratta di spettacoli che riscuotono grande successo, basterebbe fare riferimento al Re Lear di Lavia, il quale, a questo proposito, sostiene che un attore soffre sempre, nella parte e per la parte, o, ancora, a L’Angelo del Focolare di Emma Dante, o alle ovazioni che tutte le sere riscuote Umberto Orsini o Milena Vukotic con “Lezione d’amore”, regia Andrée Shammah.
Si può osservare che, con tali nomi, il successo è assicurato, questo non vuol dire che, anche loro, per mantenerlo, non facciano molta fatica e che siano immuni della sofferenza.