I tanti modi di essere vittime della superficialità. Ma, grazie all’arte dell’intuizione, il palcoscenico sa fare giustizia

(di Andrea Bisicchia) – Abbiamo più volte scritto, sulle pagine di questo giornale, delle superproduzioni teatrali che, spesso, comportano degli sprechi inimmaginabili a scapito delle piccole produzioni che coinvolgono tanti giovani che, non trovando lavoro nei grandi teatri, sono costretti a sfornare monologhi che vedono solo gli amici, perché non tutti riescono ad essere segnalati, a causa delle eccessive produzioni.
Segnalare è diverso dal recensire, la segnalazione ci informa su qualcosa che sta per nascere e che ci sarà.
Criticare vuol dire andare in cerca del senso di quello che si va a vedere.
Il senso non ha nulla a che fare col significato che è conseguenza di una indagine. Il senso è sinonimo di valore, il cui campo semantico è alquanto complesso, se non complicato. Cosa vuol dire trovare un senso? Potrebbe voler dire che il cercare non consiste nel frugare nel pozzo profondo delle parole, ma anche nel valore di un gesto che abbia una logica, di un pensiero che sappia cercare il senso delle cose. Vedo molti spettacoli che non hanno proprio senso, perché non hanno nulla a che fare con la complessità della vita a cui spetterebbe il primato di ogni messinscena che abbia senso.
Sul palcoscenico si raccontano storie di persone che dovrebbero contenere delle profondità, se questa, però, viene a mancare, si naviga in superficie e tutto diventa scontato, ovvero senza senso. Sul palcoscenico, nulla si dà per scontato, insomma non è concesso barattare, proprio perché non c’è alcuno spazio per i barattieri, gli stessi che Dante aveva immerso nella pece bollente, quinta bolgia, ottavo cerchio. La profondità coincide con una esperienza artistica, ma, attenzione, l’arte è diversa dalla artificiosità. Il palcoscenico riconosce subito l’artificio e, in molti casi, lo espelle.
L’artificio è il contrario dell’arte, è una forma di espediente che utilizza un materiale, spesso tecnolgico, capace di giustificarlo, vedi certi spettacoli di La FURA DELS BAUS. Cosa vuol dire ciò? Vuol dire che si vedono spettacoli che si caratterizzano per l’uso di alta tecnologia, di apparati luminosi, di drammaturgie musicali accattivanti, di proiezioni utilizzati senza una logica scenica, senza una coerenza interpretativa. Tutto ciò alimenta quel grado di superficialità che viene imputato a spettacoli artificiosi e, pertanto, sensa senso. L’arte è ispirazione, ma anche intuizione, quest’ultima è più prossima a chi fa teatro, perché spesso sono le intuizioni che creano delle situazioni teatrali.
Esiste, però, un paradosso abbastanza pragmatico, ovvero che l’arte non risulta sempre fonte di guadagno, almeno nel presente, e che l’artificio riesce a guadagnare di più perché nessuno pretende dall’artificio la perfezione, la compiutezza, l’eccellenza, è sufficiente l’approssimatività, la superficialità, la banalità.
L’arte è creatività, è riflessione sulla vita, è sudore.
Calvino sosteneva che comporre non è una cosa difficile, è difficile eliminare tutto ciò che risulta superfluo. Ci sono spettacoli che avrebbero bisogno di argomentazioni, di rigore, di regole, di sensatezza, di coerenza, cioè di tutti quegli elementi necessari per combattere le superficialità, ovvero quel difetto di chi si ferma all’apparenza delle cose, di chi non possiede alcuno spirito critico, di chi si accontenta di idee vuote, di chi non è capace di approfondirle.