Il culto liturgico come visione del mondo. La decadenza? Quando vien meno il culto come riflessione pratico-filosofica

21-11-16-cp-filosofia-del-culto-florenskij1(di Andrea Bisicchia) Di Pavel A.Florenskij, riscoperto come uno dei più grandi pensatori del secolo scorso, l’editrice San Paolo pubblica, per la prima volta in Italia, in traduzione integrale, una delle sue opere più complesse e controverse che pone, al centro della ricerca, la potenza del culto concepito come visione del mondo, all’interno del quale vanno annoverati i sacramenti, la liturgia, i riti.
L’autore indaga la genesi e lo sviluppo del culto ricorrendo alla filosofia perché convinto che, con le sue forme razionali, possa permettere di conoscere il mistero e i rituali a esso collegati, liberandoli da ogni forma di dogmatismo, perché consapevole del fatto che il culto mette in pratica delle teorie simboliche e, quindi, astratte, a cui, però, si può aderire con la forza del pensiero.
Secondo Florenskij, le epoche della decadenza della Chiesa sono proprio quelle dovute alla mancata attenzione e comprensione del culto liturgico, che va concepito come una parte specifica della realtà nella quale s’incontrano l’immanente col trascendente, il mortale con l’immortale, le cose terrene con quelle celesti.
Perché questo incontro avvenga è necessario considerare il culto una attività culturale dell’uomo, le cui componenti appartengono alla sua capacità o volontà di frequentare i templi, le chiese, con i loro arredi, con i loro accessori e con i loro testi sacri, arricchiti dalle melodie, dalle preghiere, dagli inni, dagli oggetti benedetti, grazie ai quali, l’attività del culto si realizza attraverso una serie di strumenti che, benché non siano prettamente materiali, vantano la potenza del pensiero in quanto capaci di esprimere dei concetti che corrispondono all’attività di costruzione degli strumenti appartenenti al nostro spirito.
È come dire che sia l’uomo a creare le “macchine-attrezzi” e non viceversa.
Gli strumenti del culto non sono soltanto macchine per la produzione dell’utile, bensì un mezzo per raggiungere l’utile, tali strumenti sono: il turibolo, le pinze, i cappelletti per spegnere le candele, le bottigliette per contenere l’olio o il vino, i paramenti, le icone, il calice, le croci, elementi che si distinguono per la loro sacralità, proprio perché al servizio dei riti liturgici e dei sacramenti, attraverso i quali si realizza l’attività “pratica”, che è conseguenza dell’attività “teorica”, quella che crea i concetti e che prelude all’attività liturgica produttrice di “cose sante”, ovvero sacre.
La teoria sacrale a cui fa riferimento Florenskij è diversa da quella di studiosi del sacro come Emile Durkheim, James Frazer, Herbert Spencer, Theo Otto, Marcel Mauss, Salomon Reinach, le cui formazioni sono di carattere sociologico e antropologico, la teoria di Florenskij intende collegare il culto all’interno della riflessione filosofica, cercando di far coincidere filosofia e teologia, sguardo antropologico e sguardo mistico evidenziando, il più possibile, il ruolo centrale del culto nelle religioni, studiandone la professione di fede, le istituzioni, le pratiche e il rituale.
In questo studio viene diversificato il concetto di mito da quello del rito perché, senza il rituale, il mito non esisterebbe, così come senza l’applicazione pratica, che precede la dottrina, non si potrebbe espletare il culto. La predilezione per la concretezza caratterizza il metodo teologico di Florenskij il quale non nascondeva la sua ostilità nei confronti del decorso astratto del pensiero perché, per raggiungere l’universale, è necessario partire dal particolare, di cui i sacramenti sono l’aspetto vitale. Tocca al pensiero avvicinarsi alla comprensione della vita sacramentale della Chiesa per cogliere la profondità che si raggiunge soltanto col servizio liturgico e con la pratica del culto, il quale afferma la natura dell’umano con tutte le sue emozioni che trasferisce in verità universale, come se la stessa esistenza fosse determinata dal culto che rende pratico l’ufficio rituale da non intendere, quindi, come un’azione esteriore di tipo intellettuale, ma come una componente spirituale, la cui coscienza orante lo libera da ogni forma di meccanizzazione attraverso il contenuto della preghiera concepita, a sua volta, come culto della parola.
Insomma, per Florenskij è possibile capire il cristianesimo, non attraverso un confronto esteriore dei riti, bensì attraverso l’immersione nella vita del culto, essendo questo la materializzazione dell’esperienza simbolica.
Il volume è preceduto da una dotta introduzione di Natalino Valentini che ne è anche il curatore, a cui dobbiamo un apparato di note indispensabile per conoscere meglio il pensiero di Florenskij.

Pavel A. Florenskij, “La filosofia del culto”, Ed. San Paolo 2016, pp. 596 € 40.