Il Diluvio mesopotamico, scatenato dalla collera degli dei sumerici, stanchi del chiasso e delle baldorie degli uomini

(di Andrea Bisicchia) I libri di Roberto Calasso sono anche un invito alla lettura e alla conoscenza delle nostre origini, come ci vengono narrate dalle letterature e dalle religioni orientali. Nel caso del suo ultimo volume: “La Tavoletta dei Destini”, pubblicato da Adelphi, Calasso ha voluto raccontarci, utilizzando la sua immensa conoscenza della letteratura mesopotamica e della religione sumerica, come il mondo sia stato salvato dall’estinzione, dopo che gli dei avevano deciso di scatenare il Diluvio per punire gli uomini, incapaci di controllare i loro “schiamazzi”. Nel frattempo, Calasso si addentra nell’Olimpo degli dei, dei loro contrasti, delle loro leggi, raccolte nella Tavoletta dei Destini, che riguardavano le collettività viventi tra il Tigre e l’Eufrate.
Come è noto, nella tradizione biblica, il Diluvio dura 40 giorni, mentre le acque cominciarono a ritirarsi dopo 150 giorni. Il Signore si era rivolto a Noè (Genesi, 7) per preparare l’Arca. Il motivo del Diluvio biblico è, in fondo, lo stesso di quello della tradizione sumerica, perché dovuto alla stessa collera divina, però causata dalla malvagità degli uomini, solo che tale collera, per gli dei mesopotamici, era conseguenza delle baldorie degli uomini. Da tutto ciò si evince che i miti sono dei racconti autonomi che, però, si intrecciano, si contaminano, soprattutto, se vagano da occidente a oriente, e viceversa, trasformandosi in una materia che la si può combinare o scombinare, contrapporre o isolare.
Il racconto di Calasso inizia con la figura di Utnapishtim (Il Remoto), l’eroe babilonese del Diluvio universale, il quale racconta a Sindbad il Marinaio, di origine persiana che, dopo una tempesta era stato accolto in una sua tenda, a Dilmun, in stato di dormiveglia, la sua storia, dopo infiniti anni di silenzio, tanto che diceva di poter vantare, lungo quel tempo, soltanto due visite, quella di Sindbad, appunto, e quella di Gilgamesh, l’eroe della città di Uruk, le cui vicende appartengono non solo al mito, ma anche al leggendario.
Sindbad ascolta il racconto del Diluvio e dei suoi protagonisti: gli Anunnaki che avevano convocato Namtar, il dio della morte, per punire gli uomini, perché chiassosi. Il Diluvio fu deciso senza il concorso di Ea che, con Anu ed Enlil, costituisce la triade del pantheon babilonese, la quale si affrettò ad avvertire Utnapishtim perché costruisse un “battello” (l’Arca) e gremirlo di tutte le specie animali.
Calasso non si limita a raccontarci solo il Diluvio, ma lo arricchisce con altre storie che appartengono alle divinità mesopotamiche, dove non poteva mancare la storia di Ishtar, che ricorda quella di Venere per il suo potere seduttivo e non solo, perché la madre Ea le aveva donato ben 105 poteri, tra i quali quello di scendere agli inferi e poterne risalire.
Durante i racconti, Calasso fa intervenire Sindbad con una domanda riguardante il Destino, avendo, più volte ascoltato, durante i suoi viaggi, “Non si sfugge al destino”. Egli non conosceva le storie degli dei, bensì quelle di mercanti, di principesse e di prostitute, quelle degli dei lo lasciavano perplesso, ma lo incuriosivano, tanto da rimanere affascinato in particolare dalla storia avventurosa di Gilgamesh e di Enkidu, del loro scontro con il mostro Umbaba, del potere dei sogni e di quello dell’amore, benché Gilgamesh avesse rifiutato di unirsi a Ishtar. Per Sindbad sono storie divine che appartengono a una cosmologia che non conosce, dove troviamo divinità come Morduk che, utilizzando gli immensi corpi di Tiamat e Apsu, diede vita a una cosmogonia, non certo tranquillizzante, visto che anche nel mondo degli dei esistevano risentimenti e vendette, come dire che, senza di loro, poteva essere tutto più facile.
Anche la storia della Tavoletta dei Destini fu alquanto tormentata, perché chiunque degli dei la possedesse, poteva disporre di una “suprema potenza”. In essa era ricostruito l’ordine delle cose, oltre che come celebrare i riti e come attuare le leggi, ma anche come distinguere il giusto dall’ingiusto. Si trattava, insomma di “una gabbia cosmica” che sopravanzava lo stesso potere degli dei. Eppure c’era una differenza tra Destino e Necessità.
Scrive Calasso: “La necessità non significa, il destino significa”, il destino, alla fine, si sovrappone alla necessità, anzi, in quel tempo, era meglio vivere imprigionati dal destino che abbandonati alla turbolenza del caso.
Mi vengono in mente due testi esemplari: “Il destino della necessità” di Severino e “Il caso e la necessità” di Monod, perché sono tanti gli stimoli offerti dai racconti di Calasso che, pur appartenendo al mondo dei miti, rimandano al mondo di oggi.

Roberto Calasso, “La Tavoletta dei Destini” – Adelphi 2020 – pp.146 – € 18