Il dramma dell’esagerato, ma sempre attuale, complesso del “cosa dirà la gente” nel “Berretto a sonagli” di Pirandello

“… Abbiamo tutti come tre corde d’orologio in testa… La seria, la civile, la pazza. Sopra tutto, dovendo vivere in società, ci serve la civile; per cui sta qua, in mezzo alla fronte…”(Atto Primo – Scena 4)

MILANO, sabato 5 marzo ► (di Paolo A. Paganini) Penso che Gabriele Lavia, geniale e irresistibile allestitore di audaci messe in scena, sia come sopraffatto dall’impellenza delle sue edificazioni sceniche, vocazione inesausta e, peraltro, affascinante. Una lotta continua per sfogare un ebbro bisogno di creatività. Eppure sempre in bilico tra l’esaltazione – rispettosa – della parola e la spettacolarità delle scenografie spesso incombenti. Come farle convivere? Con qualche legittima riserva, è possibile. Anche se gli attori talvolta sono costretti a una battaglia di sopravvivenza, per trovare un proprio spazio in mezzo a tanto bailamme.
Qualche titolo, solo per fare degli esempi.
1992, Il nipote di Ramea, Diderot: tra ghigliottine e gigantesche scacchiere,
1994, Il sogno di un uomo ridicolo, Dostoevskij: tra camicie di forza con 20 manichini di grandezza umana,
2004, L’avaro, Molière: tra giganteschi cumuli d’antiquariato, mobili, cornici, letti,
2005, Chi ha paura di Virginia Woolf?, Albee: disastrose scenografie in bilico, tra frac, altalene, guantoni da boxe, aeroplanini e carcasse d’auto,
2015, I giganti della montagna, Pirandello: con attori di carnascialesca cromaticità, carnalmente impastati fra loro, tra palchetti e gallerie d’un teatro fatiscente.
E così via.
Ora, quest’ultimo suo amatissimo Pirandello, in scena al Piccolo Teatro Strehler, “Il berretto a sonagli”, due tempi, il primo di un’ora e il secondo di 55 minuti.
La scena. È come entrare in un set di lavori dismessi, o nel magazzino d’un teatro in attesa del montaggio definitivo: divani sfondati, poltrone scalcagnate, sedie bislacche e rovesciate, 16 amatissimi manichini di grandezza umana, con apprezzati costumi fine Ottocento, un gigantesco sipario ingrigito di polvere in attesa – prima o poi – di cadere. E cadrà, alla fine, ferendo il povero Ciampa, quando sarà vittima delle paranoie e della gelosia della Signora Beatrice Fiorica, interpretata da Federica Di Martino, già indimenticata Medea, depressa e contemporanea (sempre con Lavia, sposato dal 2015).
Veniamo dunque a questo “Berretto a sonagli”.
In una stupenda e logorroicamente imperversante razionalità, Pirandello esibisce tutti i caratteri d’una universalità, che trascende le angustie fatali dell’italico provincialismo, pur proiettandosi, con penosa pietas, nelle umane realtà della sofferenza e della dignità offesa. E, tutt’intorno, i formalismi di una mediocre umanità da tappezzeria: tutti emblemi che si concretano nelle nostre coscienze critiche, per aggrumarsi nel terreno tragitto di viandanti, tra lupi e parassiti. Ma lui, Ciampa, il commesso-scrivano, con una moglie troppo giovane e troppo bella, dalla succube posizione di vinto, saprà difendere e riscattare la sua servile virilità.
È conosciutissima la storia di Ciampa. Dipendente del Cavalier Fiorica, non s’avvede, ma lui è tranquillo con la moglie sempre sotto chiave, che il padrone si trastulla con la di lui giovane moglie. D’altra parte le regole delle convenienze sono rispettate sia da Ciampa sia dal Cavalier Fiorica. Ma è l’insofferente e così umana gelosia di Beatrice Fiorica, la moglie “offesa”, che non saprà tacere, incapace d’ingoiare l’offesa e il sospetto di tradimento. Con l’aggiunta di una malata insofferenza per quel servo che forse ha accettato il suo ruolo di becco, forse da lui concepito come la disgrazia d’un destino che trascende la sua stessa persona. Ma ciò che nessun destino, nessuna trascendenza potrà mai incrinare, è il tremebondo rispetto del “cosa dirà la gente”. Il rispetto umano e le sociali convenienze sono fasulle quando non siano sorrette da una sostanza morale. E la violenza, la meschinità, l’ignoranza fan presto a metterti in testa “il berretto a sonagli” dello scherno, della beffa e del disprezzo in un mondo provinciale di “piccoli uomini feroci”.
Gabriele Lavia, pur nella soffocante scenografia di accatastati ingombri, poltrone divani e suppellettili, quasi ipotizzando una possibile messa in opera di una discutibile versione interpretativa di “teatro nel teatro” pirandelliano, è stato un grande Ciampa, alla pari con gli immortali che l’hanno preceduto, da Angelo Musco a Paolo Stoppa, da Turi Ferro a Eduardo e Peppino De Filippo, da Salvo Randone a Sebastiano Lo Monaco, a Tino Schirinzi, a Giulio Bosetti…
Affiancato da una bravissima, tenera e umana Federica Di Martino nel ruolo della Signora Fiorica, lo spettacolo è praticamente a due soli protagonisti, lui e lei, Ciampa e la Signora Fiorica (con qualche eccesso, come una alcolista, aggrappata continuamente – e troppo – alle bottiglie dei brandy).
Intorno a loro, tutto un contorno di affiatati, pregevoli e piacevoli caratteri.
Ultima considerazione: il dialogo e l’interpretazione finale del becco, che si riscatta, e della Signora, che finirà in manicomio (e così è salvo l’onore di tutti, in questa chiusa società sicula) valgono da soli tutto lo spettacolo.

“Il berretto a sonagli”, di Luigi Pirandello, regia di Gabriele Lavia. Scene Alessandro Camera. Musiche Antonio Di Pofi. Costumi ideati dagli allievi del terzo anno dell’Accademia Costume & Moda. Con Gabriele Lavia e Federica di Martino, e Francesco Bonomo, Matilde Piana, Maribella Piana, Mario Pietramala, Giovanna Guida, Beatrice Ceccherini. Piccolo Teatro Strehler (largo Greppi – M2 Lanza), dal 2 al 13 marzo. Informazioni e prenotazioni 02.21126116

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