Il lockdown ci ha condizionati al teatro in streaming come un nuovo punto di fuga. Ma il palcoscenico è tutta un’altra cosa

In geometria, in matematica, in disegno, nella pittura, nelle proiezioni ortogonali, nelle rappresentazioni grafiche eccetera, si parla spesso, da profani, di punti di vista, ma, sotto il profilo scientifico, si tratta in realtà di una tecnica raffinata – fin dal Rinascimento – chiamata più precisamente “prospettiva”. Anche il teatro se n’è appropriato, in un senso molto più ampio, passando dalla realtà alla metafora. Il teatro di tradizione ha imboccato diverse tecniche e più complesse strutture rappresentative, cambiando non solo punti di vista ma anche modi strani e complessi di concepire nuove rette prospettiche su altri punti geometrici. Cioè, su altri “punti di fuga”.

_______________

(di Andrea Bisicchia) – Sulle pagine di questo giornale, abbiamo scritto alcune riflessioni per meglio capire il meccanismo del teatro. Ci siamo interessati di Performer, del successo dell’Opera lirica sulla Prosa, grazie a una nuova generazione di registi, ci siamo intrattenuti sulla trasformazione sociologica del pubblico, di chi ha scelto di guardare avanti e di chi applaude la grandezza dell’attore, ma non abbiamo ancora trattato quali siano quei fenomeni che sono considerati veri punti di fuga del teatro e dove siano diretti.
Per togliere ogni equivoco, dobbiamo fare, però, una distinzione molto pratica tra il teatro che si consuma quotidianamente sui palcoscenici della penisola e quello che vive, magari nei vari festival, di sola ricerca che riteniamo necessaria, ma che non può, da sola, essere utilizzata per garantire dei Cartelloni e avviare le consuete Stagioni, col pubblico pagante e quello degli abbonati che garantiscono una continuità.
Quando ci chiediamo quali siano i punti di fuga del teatro, dobbiamo distinguere tra quanto appartiene alla programmazione stagionale e quanto appartiene alla sperimentazione, sempre più mutevole e sempre più attenta alla macchina scenica che va confrontandosi col multimediale, col multimodale e, quindi, col potere dell’immagine, a sua volta, in dialettica col corpo dell’attore.
A prima vista, dunque, i punti di fuga hanno a che fare, nel presente, col digitale e con la iperproduzione di immagini e, in futuro, con l’invasione degli algoritmi. Si potrebbe parlare di un metateatro, diverso da quello teorizzato a proposito della rivoluzione pirandelliana, perché, nel nostro caso, il metateatro è conseguenza di un compromesso con gli apparati tecnologici che gli permettono di mutare il modo di rappresentarsi, offrendoci spettacoli ricchi di informazioni multimediali, caratterizzate, soprattutto, dalla interattività, fino a constatare la sostituzione del dialogo con l’interazione.
Insomma, il teatro del futuro è sempre più proiettato verso un diverso contesto culturale, dove lo schermo, non è solo il luogo della proiezione, bensì della pagina bianca su cui si proietta una scrittura scenica che dovrà interagire con quella del palcoscenico.
In tutto questo, la funzione dello spettatore sarà destinata a modificarsi e a saper discernere tra l’esperienza vissuta in presenza e quella vissuta tramite il virtuale. Ciò non vuol dire che il teatro del futuro debba essere quello delle piattaforme, sperimentato lungo il lockdown, essendo il suo risultato economico eguale a zero, vuol dire semplicemente che i punti di fuga non possono fare a meno del palcoscenico tradizionale, quello che dà lavoro a centinaia di migliaia di artisti e di professionisti che teorizzano poco e lavorano molto.