Il piagnucoloso “C’era una volta” della “Bella” Léa Seydoux e della “Bestia” Vincent Cassel

Léa Seydoux in una immagine di “La Bella e la Bestia” per la regia di Christophe Gans

Léa Seydoux in una immagine di “La Bella e la Bestia” per la regia di Christophe Gans

(di Paolo Calcagno) Christophe Gans, già mentore di Vincent Cassel nel lacunoso ma a tratti eccitante “Il patto dei lupi”, aveva sviluppato due progetti: i rifacimenti di “Fantomas” e de “Il Cavaliere Svedese”, un fumetto e una favola che avevano già largamente invaso l’immaginario collettivo, specie quello francese. Per entrambi i film il regista di “Silent Hill” ha rivelato di avere svolto profonde ricerche, anche nell’uso delle tecnicologie digitali, ispirato “dallo stile magico e simbolico” e dalle sperimentazioni del collega inglese Michael Powell in “Scarpette rosse” e “I Racconti di Hoffmann”.
Per vari motivi, come accade spesso nel cinema, i progetti di Gans non sono andati in porto, sostituiti però dall’offerta del potente gruppo Pathé di mettere in cantiere il remake, ovviamente riadattato, de “La Bella e la Bestia”. Una terribile sfida per chiunque poiché l’antica favola, divulgata soprattutto dalla penna di Madame de Villeneuve, è un capolavoro di Jean Cocteau che, per le sue invenzioni e per lo straordinario intreccio di “bianchi” e “vuoti” volutamente lasciati in sospeso nelle immagini di un racconto dove la storia in se stessa ha pochissimo peso, non appartiene solamente al cinema ma all’intera Arte Moderna e, in particolare, al geniale filone del Surrealismo.
Ma la sfida, raccolta avventatamente da Gans, avrebbe dovuto allarmare il regista transalpino ancora di più, considerando che sulla celebre favola la Disney aveva realizzato un musical e un film d’animazione capaci di uno straordinario successo planetario che, certo, non si è limitato al pubblico dell’infanzia. Ma tant’è, Christophe Gans ha gonfiato il petto, secondo prassi e arroganza di certuni interpreti della grandeur francese, e ha accettato la sfida con sprezzo del… ridicolo.
Gans ha ritenuto che bastassero e avanzassero le carte in suo possesso per realizzare un film attraente e complesso infilandosi “con la mia versione nelle molte aperte lasciate da Cocteau” e privilegiando l’ispirazione alla mitologia greca-latina dell’intervento divino, in forme animali, per “mischiarsi ai mortali e sedurli”. I risultati delle precedenti ricerche su forme estremamente aggiornate di effetti speciali elaborati e creati al computer, secondo softwares californiani, moduli di scannerizzazione canadesi delle sembianze degli attori e aggiornati ipercalcolatori parigini che rendono più agile e veloce la produzione delle immagini di sintesi (scenografia, personaggi, costumi, paesaggi) accoppiandoli in compositing alle sequenze dal vivo e alle riprese davanti ai green-screen si proponevano come uno scudo imperforabile. Inoltre, Gans si era assicurato le fedeli adesioni del suo attore preferito, il sex-symbol Vincent Cassel, e della neostar francese Léa Seydoux, peraltro nipotina straraccomandata di Jérome Seydoux, potente presidente della potentissima Pathé. Soprattutto la presenza dell’attrice che aveva vinto la Palma d’oro all’ultimo Festival di Cannes con l’interpretazione della “donna dai capelli blu” del film di Abdellatif Kechiche “La vita di Adele”, impegnata in lunghe e dettagliate scene erotiche dedicate al rapporto saffico delle protagoniste, sembrava in un certo senso l’asso nella manica di Gans. Cosa ci si poteva aspettare che accadesse nelle segrete stanze del castello medioevale abitate dalla passione elettrico tra Léa la “Bella” e la “Bestia” Cassel, condannato in perpetuo alla criniera e agli artigli da leone per le sue scelleratezze giovanili, finché un amore puro e sincero non lo riscatti?
Le premesse erano stimolanti, davvero, e una fiaba stravolta dal lirismo erotico si profilava come un pezzo pregiato della stagione cinematografica. Niente di tutto ciò. Gli effetti speciali sono impiegati ovunque (alcuni davvero mirabili) eccetto che fra le lenzuola o fra i cespugli della foresta. La passione insaziabile tra la fanciulla e il mostro è offerta come una pinta di birra senza schiuma, piagnucolosa e soporifera nella rimestata melassa del “C’era una volta”. Gans si dedica, inoltre, a un noioso recupero delle origini familiari della protagonista, presentata come una “cenerentola” virtuosa del periodo imperiale, circondata da sorelle e fratelli scialacquoni e sciocchi. E nemmeno i più strabilianti dei magici interventi della tecnologia riescono a trascinare lo spettatore sul sentiero delle sorprese e delle emozioni di un’eccitante fiaba dark. Il film di Christophe Gans non va oltre la passiva e giuliva acquiescenza rivolta alla melensa ricerca di una facile commozione.
Da qualche parte abbiamo letto che in questa versione de “La Bella e la Bestia” i protagonisti sono “senz’anima”. Purtroppo, è assai peggio: sono senza corpi.
“La Bella e la Bestia”, regia di Christophe Gans, con Léa Seydoux e Vincent Cassel. Francia, 2013.