Il teatro amato da Raboni: sul potere e il senso della parola. In versi liberi. Suoi. E di poeti di scena, come Paul Claudel

(di Andrea Bisicchia) –  La raccolta del Teatro di Giovanni Raboni (1932-2004): “TEATRO. Testi e traduzioni“, pubblicata negli Oscar Moderni Mondadori, a cura di Massimo Natale, autore anche dell’introduzione, di una Appendice ai testi e alle traduzioni e di un utile “Notizie sui testi”, con le date di tutti i debutti, va accolta con molta soddisfazione perché mette a disposizione dei Direttori di Teatro, di registi e attori, un materiale utile per poter riproporre dei testi che ancor oggi hanno una loro vitalità, trattandosi di opere di poesia, ovvero di un teatro costruito sul potere e sul senso della parola.
Chi scrive, ha visto tutto di Raboni, in alcuni casi ne è stato anche partecipe come, per esempio, per la traduzione del “Don Giovanni”, andato in scena al Teatro Nazionale, quando convinsi l’ingegnere Giordano Rota a produrlo, con la regia di Mario Morini, che ebbe la felice idea di coinvolgere, nella parte di Leporello, Diego Abatantuono, certamente più noto del pur bravo protagonista Lino Troisi.
L’avventura teatrale di Raboni inizia proprio in quel lontano 1984, lo stesso anno in cui Luca Ronconi gli chiese la traduzione di “Fedra”, che sarà prodotta dallo Stabile di Torino, con Annamaria Guarnieri, ripresa dallo Stabile di Genova (1999), regia di Marco Sciaccaluga, con Mariangela Melato, ed ancora in scena, nella versione di Federico Tiezzi, in questa stagione, pur realizzata nel 2023, con Elena Ghiaurov. Di Racine, tradusse anche “Berenice”, “Atalia”, “Ester”. Fui ancora io, come membro del Consiglio di amministrazione dell’INDA, a proporre la sua traduzione di “Antigone” a Giulio Bosetti, il cui spettacolo, coprodotto con l’INDA, piacque tanto al pubblico siracusano. Dei classici greci tradusse anche “Ecuba”, per la regia di Massimo Castri, al Teatro di Roma (1994).
Raboni non traduceva autori che non gli piacessero, amava i poeti della scena, come Claudel, di cui tradusse “Partage de midì” (Cantico di mezzogiorno ), nel 1988, per Franco Parenti e Andrée Ruth Shammah che, oltre alla regia, partecipò all’adattamento, di cui ricordo anche la bellissima scena di Ettore Sottass, ed ancora Marivaux: “Le false confidenze”, per il Teatro di Genova, regia Marco Sciaccaluga, con Andrea Jonasson, Eliot: “Assassinio nella cattedrale “, per il Teatro Biondo di Palermo, regia Pietro Carriglio, con Giulio Brogi. Ed ancora “Ruy Blas” di Victor Hugo, “La morte di Tintagiles” di Maeterlinck, “Il mercante di Venezia” di Shakespeare.
Dicevo dell’interesse di Raboni per il teatro di parola, anche se non disdegnava il teatro del corpo, non amava il teatro virtuale, tanto da sostenere che “la battaglia contro il prevalere della virtualità sia indispensabile”.
Personalmente ho un debole per i due testi scritti da lui: “Rappresentazione della Croce”, commissionato sempre da Pietro Carriglio che ne curò anche la regia in occasione del Giubileo del 2000, con Giulio Brogi, Remo Girone, Ilaria Occhini, Pamela Villoresi e tanti altri. Per l’occasione, Raboni non volle misurarsi con testi del passato, preferì rifarsi ai temi delle sue poesie giovanili, di impostazione religiosa e di scrivere un “Vangelo” con protagonisti i testimoni, in particolare Giuda, che nello spettacolo dirà una frase che si impresse nella nostra memoria, a proposito del suo tradimento: “Non chiedetemi perché, vi prego, l’ho fatto perché mi andava farlo…, l’ho fatto per amore”. Prudentemente Raboni aveva rinunziato non solo alla presenza di Cristo in scena, ma anche ad ogni forma di agiografia.
L’altro testo che ritengo un capolavoro che vorrei vederlo oggi in scena è “Alcesti o la recita dell’esilio”, andato in scena al Teatro Santa Chiara di Brescia con la regia di Cesare Lievi, nel 2004, a distanza di poche settimane dalla morte. Protagonisti sono Sara, Simone e Stefano che, per sfuggire a una dittatura, si nascondono in un teatro abbandonato, dove attendono qualcuno che li porti in salvo, solo che c’è il posto per due, sarà Sara, come l’Alcesti del mito, a sacrificarsi.
Raboni ricorre ai versi liberi di sette, nove e undici sillabi combinati per restituire alla parola il ritmo del parlato.

Giovanni Raboni, “TEATRO. Testi e traduzioni”, a cura di Massimo Natale, Oscar Moderni Mondadori 2024, pp. 1332, € 30