Il teatro del presente e l’incertezza del futuro. I festival estivi? Troppo omologati e attenti ad attrarre i turisti

(di Andrea Bisicchia) Quando parliamo del teatro del presente, lo facciamo anche per capire quale sarà il teatro del futuro, viste le tante incertezze, perché quanto riusciamo a vedere sulle scene ci dà l’idea che la drammaturgia di questi ultimi anni voglia vivere della propria quotidianità, ovvero del proprio mondo sociale, del quale intende rappresentare le problematiche più recenti, come i disastri climatici, le emigrazioni, le varietà di genere. E le fragilità che coinvolgono le nuove generazioni, con le loro inquietudini. E il grande vuoto che attraversa le situazioni familiari, i problemi del lavoro, la violenza sulle donne: tutti temi di grande attualità.
Ma i temi sono sufficienti se non si possiede un linguaggio drammaturgico adeguato e se non si è in grado di dare, a questo linguaggio, la patente, non dico di universalità, bensì di un imminente futuro che dia successivamente il tempo per approfondirlo e comprenderlo?
Ci siamo accorti che alcune forme di scrittura risentano di una certa improvvisazione, forse perché, dietro di esse, si notano delle letture fatte in fretta, magari su You Tube e, pertanto, non sempre approfondite, tanto che la stessa scrittura si caratterizza per una particolare frettolosità che si trasforma in fragilità scenica.
Se facciamo notare questa situazione, ci accusano di essere avvinti al fascino del passato. Non è così, anche perché cerchiamo di vivere sempre nel presente e di essere testimoni di ciò che accade sui palcoscenici che non sono soltanto quelli di tradizione, ma quelli che si montano nelle varie piazze, durante i Festival estivi, in chiese sconsacrate, in centri commerciali, nelle periferie delle grandi città, insomma in tutte quelle sedi non istituzionalizzate che, negli anni Settanta, venivano giustificate con motivi di carattere politico e sociale e che oggi si giustificano con l’esigenza di essere a contatto con la realtà di tutti i giorni che può e deve essere rappresentata in questi luoghi.
Negli anni Settanta si chiamava “decentramento”, oggi si chiama teatro “immersivo”. Diciamo che, allora, c’era una certa urgenza, giustificata dalla rivoluzione sessantottesca e c’era anche un “canone” che oggi si è smarrito, forse perché lo si ritiene superato, o perché conta l’attualità di un presente che sa di cronaca e che bisogna portare in scena così com’è, magari per mostrare, immediatamente, le iniquità del nostro vivere sociale.
A dire il vero, le iniquità sono sempre esistite e su di esse il teatro ha fondato la sua storia, ricorrendo a generi collaudati come la tragedia o il dramma. Basterebbe voltarsi un po’ indietro per capire in che modo e con quale “canone” i testi di Ibsen, Strindberg, Hauptmann, Cechov abbiano indicato una linea irripetibile, anche se, in queste ultime stagioni, autori come Ibsen e Cechov sono stati alquanto saccheggiati o ritenuti modelli da cui ripartire da parte di una nuova generazione di registi. Si scopre così che chi dice: “liberiamoci dal passato”, in fondo non fa altro che rivisitarlo.
Non ho mai visto, a questo proposito, tante rivisitazioni della tragedia greca, non solo fatte da attori e registi, ma anche da antichisti, come Giulio Guidorizzi, a cui dobbiamo un “Agamennone” e un “Enea, lo straniero”, scritti in forma di romanzo, oppure come Giorgio Ieranò, autore di “Arianna” e di una recentissima “Nausicaa e l’idillio mancato “, scritti sempre in forma di romanzo,  o da scrittrici, come Silvana La Spina, autrice di “Penelope”, alla quale fa da riscontro “ P come Penelope” dell’attrice-autrice Paola Fresa.
Gli esempi sono tanti e potrebbero continuare. Allora bisognerebbe mettersi d’accordo su cosa sia il passato e cosa sia il presente, o come ci si accosti ad entrambi, con la consapevolezza che il teatro possa essere specchio della nostra potenza o della nostra impotenza, benché entrambe accompagnino il nostro vivere sociale e rispecchino, a loro modo, contenuti del presente.
Eppure, sia la potenza che l’impotenza, scoprono di essere manovrate dalle grandi Istituzioni teatrali o dai colossi della comunicazione, dinanzi ai quali, le nuove generazioni si sentono dei pigmei, essendo tali colossi gli artefici di indirizzi culturali che non si addicono ai giovani teatranti, gli stessi che vediamo in Festival settembrini come “ Colpi di scena”, “Short Theatre”, “Hystrio “, benché, quest’ultimo si mostri più attento alla generazione under 35, tutti però schierati contro l’immobilismo del “Teatro degli Abbonati”. L’immobilismo nuoce al teatro che, al contrario, ha bisogno sempre di rinnovarsi, anche se a certe condizioni, perché, continuo a ripeterlo, non può esserci rinnovamento senza un rinnovamento linguistico, che non riguarda soltanto la lingua dei testi, ma anche la lingua della scena, entrambe, spesso, sottoposte a una certa esteriorità, nemica di ogni profondità analitica.