Il tempo scorre. Ma dove scorre? E dove va? La verità è che viviamo il passato nel presente in un rimescolio continuo

(di Andrea Bisicchia) La fisica, come la matematica, per essere credibile, ha bisogno di teorie e di equazioni, ovvero di dimostrazioni, anche quando affronta problemi apparentemente di carattere metafisico, come quelli di spazio e tempo. Lo aveva capito Aristotele che, nel libro sulla Fisica, non convinto del postulato platonico, secondo il quale il tempo non esiste, essendo composto di passato e futuro, di cui l’uno non esiste più quando l’altro non esiste ancora, cercò di dimostrare come il tempo sia anche movimento che ammette una numerazione. Il numero, in potenza, è infinito, come ha dimostrato John Barrow, il cosmologo inglese, a cui dobbiamo una pubblicazione su questo tema, tanto che le sue ricerche sono state oggetto di divulgazione teatrale, grazie a Luca Ronconi con il suo spettacolo: “Infinities”. Anche il teatro, quindi, si è preso l’impegno di rendere accessibile ai più, attraverso la drammaturgia, problemi concepibili soltanto agli addetti ai lavori. Lo aveva fatto Brecht con “Galileo”, in maniera più politica, poiché gli interessava il rapporto tra la scienza e il potere rappresentato dalla Chiesa, ma l’hanno fatto, in forma più scientifica, difficile da divulgare, sia Barrow con “Infinities”, che Fray con “Copenaghen”.
Grazie a questi spettacoli, un pubblico numeroso ha potuto conoscere le teorie di Cantor, quelle di Heisenberg, di Bohr, ed ha sentito parlare di quantistica, di superstringhe, di principio antropico. Per quanto riguarda il tempo, due scienziati come Werner Kinnebrock e Carlo Rovelli, hanno cercato la via della divulgazione, il primo col volume pubblicato dal Mulino: “Dove va il tempo che passa. Fisica, filosofia e vita quotidiana”, il secondo con “L’ordine del tempo”, Adelphi.
Il tempo scorre o non scorre? Per Agostino, noi non ci spostiamo mai dal presente, nel senso che anche il passato lo viviamo nel presente, benché il passato possa subire delle modifiche. La domanda fu posta da Einstein a Godel, in forma di paradosso, forse, ma i paradossi non sono da intendere solo come assurdità. La verità è che viviamo il passato nel presente in un rimescolio continuo. Il tempo, pertanto, non è un fenomeno scontato, essendo la sua natura e la sua logica alquanto misteriose, anche perché l’analisi del tempo comporta l’analisi dell’eternità.
Per Kinnebrock, l’eternità non è un tempo infinito, ma una condizione senza tempo. Per Carlo Rovelli la struttura del tempo è diversa dall’uniforme scorrere universale. L’autore si chiede: perché ricordiamo il passato e non il futuro? E ancora: “Siamo noi a esistere nel tempo, o il tempo esiste in noi? Allora cosa vuol dire “il tempo scorre”?
Rovelli divide il libro in tre parti, nella prima parte sintetizza le scoperte della fisica nei confronti del tempo, nella seconda descrive “quello che resta della fine”, nella terza parte, dove la divulgazione diventa più difficile, prospetta l’idea di un mondo senza tempo, benché debba esserci qualcosa che dia origine al tempo, oltre che ad un suo ipotetico ordine, secondo il quale il passato è da considerare diverso dal futuro. L’atteggiamento che l’autore assume è quello di un detective che va in cerca del colpevole, designato  in colui che ha generato il tempo, essendo convinto che il mistero del tempo riguardi più l’uomo che il cosmo.

Carlo Rovelli, “L’ordine del tempo” – Adelphi Editore 2017- pp 208 – € 14