Imponente affresco tra una mitica Parigi e l’ascesa di Hitler. Ma, al centro, solo il tormentato amore tra Dora e Picasso

16.5.16 schiava di picasso(di Andrea Bisicchia) Nella narrativa di Osvaldo Guerrieri, il genere fantastico si contamina, spesso, con quello storico e, in particolare, con i caratteri dei personaggi che trasferisce sulla pagina, pronti a diventare protagonisti su un palcoscenico. È accaduto con Modigliani, Carmelo Bene, con i Torinesi. Ed ora con Dora Maar in: “Schiava di Picasso”, Neri Pozza editore.
Di questa donna, Guerrieri ci racconta un po’ tutto, senza ricorrere al genere biografico, alternando la storia familiare con quella artistica, immettendola in uno dei periodi più turbolenti dal punto di vista storiografico, economico, artistico e politico, dato che l’incontro tra Dora e Picasso avviene in un anno fatidico, quel 1936 che vede l’ascesa di Hitler con la sua brama di potere e di conquista. Diciamo che questa è l’ambientazione, mentre lo spazio scenico è quello dei caffè parigini, degli studi fotografici, degli atelier, delle avanguardie e, in particolare, del Surrealismo.
Prima di diventare schiava, Dora vantava già una storia personale, era vissuta in Argentina, parlava uno spagnolo fascinoso, aveva avuto, come amante, Georges Bataille, che detesterà, si era affermata come fotografa partecipando all’Esposizione Internazionale del Surrealismo a Santa Cruz, ed era conosciuta in Italia per una mostra al Museo Fortuny di Venezia. A quell’epoca, alternava “ritratti” naturalistici, di vita quotidiana, con altri in cui evidenziava la sua attrazione per il soprannaturale, il misterico, il surreale. Quando incontrò Picasso aveva 27 anni, lui 55. Guerrieri, riporta, nelle prime pagine del romanzo, le modalità fortuite della loro conoscenza, quella ben nota dei taglietti, col coltellino, tra un dito e l’altro della mano inguantata, fino a sanguinare e a commuovere Picasso che si alzò dal tavolo, dove era seduto con Paul Eluard, per avvicinarsi a lei e aiutarla.
Da quel giorno, la vita di Dora cambierà, perché affiderà alle mani del genio, la sua bellezza “succosa e imbronciata”. Lei frequentava Man Ray, spesso utilizzava il suo laboratorio, dove una volta, l’artista poliedrico che aveva scomposto la fotografia su terreni allora sconosciuti, le aveva proposto di posare nuda, ma lei si rifiutò. Dora non era come le altre donne surrealiste che avevano accettato l’iconografia del movimento: gonne corte, capelli a caschetto, trucco eccessivo, alcool, droghe e che consideravano l’erotismo una vera e propria sfida alla morte. Dora frequentava sia l’ambiente pittorico, Breton, Ernest, Dalì, sia quello teatrale che musicale, Cocteau, Barrault, Marais, Sartre, Satie, ma anche quello psicoanalitico, Lacan in testa.
Guerrieri si muove bene attorno a questa materia, si capisce come il romanzo sia nato dopo uno studio approfondito di quel periodo, solo che, quel che lui intende raccontare, è semplicemente una tormentata storia d’amore e come se ne possa diventare dipendenti, oltre che schiavi, benché, alla fine, risulti che non fosse schiava soltanto Dora, ma anche Picasso che la cercava ogni qual volta viveva uno stato di crisi, magari dopo i litigi con Olga, la prima moglie o con Marie Thérèse, la sua amante. C’è un capitolo dedicato alla gelosia di Dora, ma si intuisce che anche il divino maestro lo fosse, solo che la gelosia di lei si trasformò in malattia e patologia.
Guerrieri ci racconta come una grande storia d’amore possa trasformarsi in incubo e ossessione, immortala, nelle sue pagine, le varie fasi della composizione di Guernica, così come Dora l’aveva immortalata nelle sue foto, incalza il lettore raccontando l’occupazione di Parigi da parte delle truppe naziste, si sofferma sulla prima lettura pubblica di “Il desiderio preso per la coda” di Picasso, dinanzi a un pubblico d’eccezione formato da Eluard, Queneau,Braque, Aubier, Sartre, Simone de Beauvoir. In verità, si tratta di avvenimenti importanti, ma marginali rispetto alla storia d’amore che l’autore ha voluto raccontarci che, per poco, non si conclude tragicamente e che vede Dora esclamare la famosa frase: “Dopo Picasso soltanto Dio”. Mi vengono in mente i versi di Pasolini dedicati alla madre (da “Poesia in forma di rosa”), dove scrive: “Il tuo amore è la mia schiavitù”, sembra che i grandi artisti non sappiano liberarsene.

Osvaldo Guerrieri, “Schiava di Picasso”, Neri Pozza Editore 2016, pp 238 – €16