In programmazione, nelle sale, tre grandi vecchi del cinema mondiale. Martin Scorsese, Ridley Scott e Woody Allen

(di Marisa Marzelli) Attualmente sono nelle sale i film più recenti di tre grandi vecchi del cinema mondiale. Killers of the Flower Moon di Martin Scorsese (81 anni), Napoleon di Ridley Scott (86 anni) e Un colpo di fortuna di Woody Allen (88 anni). Ognuno, con il suo stile e poetica, conferma la propria riconoscibilità e fedeltà ad alcune tematiche-guida che ne hanno caratterizzato la carriera.
Woody Allen, giunto al 50.mo lungometraggio, scrive e dirige con la consueta leggerezza l’ennesima commedia romantica; ma alla descrizione dei sobbalzi del cuore affianca un suo filone carsico che affiorava già in titoli come Crimini e misfatti, Scoop, Sogni e delitti, La ruota delle meraviglie e in particolare Match Point. Perché al tema dell’imprevedibilità dell’esistenza l’autore aggancia il sottofilone thriller del delitto in cui può inciampare la vita di chiunque. E non mancano nella filmografia di Woody Allen i riferimenti a Dostoevskij.Le sceneggiature alleniane sono meccanismi in apparenza semplici (i detrattori dicono ripetitivi) ma più profondi di quanto appaia ad una lettura superficiale. Ambientato nell’amata Parigi, Un colpo di fortuna mette in scena con algida spietatezza i lati oscuri dell’alta borghesia. Il fatto che i protagonisti siano americani trasferitisi nella capitale francese non intacca il significato universale del plot ma risponde a problemi personali del regista (Allen gira per la prima volta in francese, con attori francesi e capitale produttivo europeo perché negli Stati Uniti non è più considerato bancabile a seguito dell’ostracismo subìto dopo lo scandalo sessuale, da cui è peraltro uscito giudiziariamente indenne).
La giovane Fanny (Lou de Laâge), impiegata in una casa d’aste e sposata con un ricco uomo d’affari (Melvil Poupaud) che la tratta come una moglie-trofeo, incontra casualmente un ex-compagno di liceo, scrittore squattrinato e da sempre innamorato di lei (Niels Schneider). L’adulterio è dietro l’angolo e quando il marito se ne accorge risolve il problema a modo suo, facendo sparire il terzo incomodo, come già si vocifera avesse fatto con un ingombrante socio in affari. Sulle prime Fanny pensa che l’amante abbia tagliato la corda, ma l’intraprendente mamma della protagonista (Valérie Lemercier) s’improvvisa detective. La donna non sa di rischiare grosso, però – ancora una volta – il caso sarà determinante.
Presentato fuori gara all’ultima Mostra di Venezia, Un colpo di fortuna aggiunge esteticamente poco al classico tocco di Allen fatto di eleganti inquadrature, avanzamento senza fronzoli della trama, bilanciamento di riprese tra interni ed esterni (direttore della fotografia è Vittorio Storaro), ottima direzione degli attori, musica jazz. Piuttosto c’è un approfondimento di temi già esplorati dall’autore, come il matrimonio all’apparenza invidiabile che mostra crepe sotto la superficie, l’alta società perbenista che davanti alla ricchezza preferisce non chiedersi da dove arrivi (tema già presente, seppure sottotono, in Blue Jasmine). C’è invece un inedito scavo – in linea con la sensibilità di questi nostri tempi – di un profilo maschile egoista, geloso e con tratti di immaturità, in sostanza tossico, che si realizza nel controllo e “proprietà” della moglie, da difendere con ogni mezzo e senza sentimenti o scrupoli. Come già detto, una moglie da esibire come intoccabile trofeo, al pari del complicato plastico di ferromodellismo con cui l’uomo gioca. Woody Allen, che da quando non interpreta più i suoi protagonisti era solito identificarsi nel personaggio maschile motore della storia, sembra questa volta celarsi invece dietro la figura della suocera, che non si lascia influenzare e ragiona con la propria testa.
Forse non compatto come i suoi film migliori, né con i guizzi inventivi dei molto originali La rosa purpurea del Cairo e Midnight in Paris, Un colpo di fortuna è comunque alleniano al cento per cento, gli manca solo la presenza di grandi divi; perché ormai le star di Hollywood hanno paura di rovinarsi la reputazione lavorando con lui. Ma, facendo di necessità virtù, l’autore di New York ha raggiunto un altro scopo, come ha detto lui stesso in un’intervista: è diventato un regista europeo. Obiettivo inseguito per tutta la vita artistica, sin da quando il suo modello era Ingmar Bergman.