In quattro vecchie “Dispense universitarie” i germi di quella rivoluzione scenica operata ai primi del terzo millennio

(di Andrea Bisicchia) Nell’anno accademico 1970-71 nasce il primo Corso di Laurea in DAMS, che poteva essere ritenuto concorrenziale a quello tradizionale di Storia del teatro della Facoltà di Lettere e Filosofia, dove era previsto come esame facoltativo.
Col DAMS si abbandona la componente esplicitamente “letteraria” dello spettacolo, per lasciare spazio alla scrittura scenica, di cui si dichiara l’assoluta autonomia e dove confluiranno discipline diverse, rispetto al linguaggio del testo. Nel frattempo, si registra nel medesimo periodo la nascita del Dramaturg, a cui viene affidato il compito di dare ordine alle molteplici zone occupate dalla multidisciplinarietà che, a loro volta, coinvolgono il regista col compito di amalgamare il tutto per ricostruirne l’unità e poterla proiettare in una forma di emancipazione, rispetto alla letteratura.
Non si avvertiva l’interesse di riteatralizzare il teatro, tentativo più volte esercitato nel primo Novecento, ma di “specializzarlo”, liberando la parola da echi letterari che, spesso, la mortificavano.
Roberto Cuppone (1955), prof associato di Antropologia Teatrale all’Università di Genova, ma che si è “sporcato le mani”, sia come attore e regista, sia come autore, ha dato alle stampe, per Titivillus, “Pensare Il Teatro”, un volume che raccoglie quattro interventi di Fabrizio Cruciani, Claudio Meldolesi, Franco Ruffini e Ferdinando Taviani, che con ie loro lezioni dettero una svolta alla “lettura” di uno spettacolo e, pertanto, a come pensarlo.
Sempre in quegli anni, erano in uso le famose Dispense che servivano in particolar modo ai non frequentanti, utili per affrontare l’esame. Sembra che Roberto Cuppone abbia trovato quattro Dispense degli autori citati che dovrebbero risalire agli anni dei suoi studi presso il DAMS ed ha deciso di pubblicarle, trovando in esse i germi di quelle teorizzazioni che stanno a base di volumi considerati ormai dei classici, come “Lo spazio del teatro”, di Cruciani, Laterza 1992, “Fondamenti del teatro italiano. La generazione dei registi” di Meldolesi, Sansoni 1984, “Teatro e boxe: l’atleta del cuore nella scena del Novecento” di Ruffini, Il Mulino, 1994, “Uomini di scena, uomini di libro” di Taviani, Il Mulino 1995. Per costoro, pensare il teatro, non voleva dire definirlo, perché, a loro avviso, bisognava diffidare delle definizioni, essendo il teatro il luogo dove è possibile definire l’indefinibile e dove lo spazio, l’attore, la recitazione, la scenotecnica e l’illuminotecnica vanno considerati elementi impliciti alla drammaturgia.
Parecchi di noi, sempre in quegli anni, si erano formati su Maestri precedenti che privilegiavano la storiografia, personalmente studiavo all’Università Cattolica sui libri di Apollonio e D’Amico e, successivamente, su quelli di Sisto Dalla Palma che teorizzava “i mutamenti” del teatro senza i quali, in quel particolare momento, non avrei potuto capire quelli dei maestri che si sono succeduti al DAMS, per i quali, diceva Meldolesi, bisognava avere rispetto, essendone loro stessi eredi.
Roberto Cuppone, nella Introduzione, indica tre modi di pensare il teatro, ovvero “Pensarlo come è stato”, col giusto peso da dare alla filologia e alla storiografia, “Come dovrebbe essere”, col dare maggior attenzione all’antropologia, “Come dare spazio sufficiente ai Performance Studies” e, ancora, “pensarlo com’è”, facendo buon uso della propria esperienza. Riferendosi ai suoi maestri, Cuppone sostiene che furono loro a rinnovare gli studi non solo sullo spazio, da intendere come contenuto da interpretare, ma anche sul corpo dell’attore, vera fonte di espressività, ben diversa dalla recitazione e, ancora, sul linguaggio dei testi, da ritenere funzionale al linguaggio della scena, sul sincretismo tra le varie tecniche, ritenendo anche il testo una tecnica, per fare in modo che la drammaturgia le comprendesse tutte.
Le tecniche, quelle che riscontriamo, tra la fine del secondo millennio e l’inizio del terzo, non si ricavano più dai Trattati, ma direttamente dalla scena, luogo dove si compie la dialettica tra le varie componenti di “accordo forte e di accordo debole”, come accade, in filosofia, tra pensiero forte e pensiero debole.
Forse, l’insegnamento primario, credo, vada ricercato nella consapevolezza che Cruciani, Meldolesi, Ruffini, Taviani ebbero del teatro, da considerare un’arte che non sbocca subito nella “creazione” di un’Opera, ma in quella dei modi di operare.

Fabrizio Cruciani, Claudio Meldolesi, Franco Ruffini; Ferdinando Taviani: “Pensare Il Teatro” a cura di Roberto Cuppone, Edito da Titivillus 2024, pp. 122, euro 19