MILANO, venerdì 27 settembre ► (di Carla Maria Casanova) – Antonio Cesti (Arezzo 1623 – Firenze 1669) compositore, cantante di rilievo. Maestro di Cappella a Volterra poi della Cappella Pontificia a Roma, fattosi frate francescano, continuò la sua intensa attività musicale ed i suoi viaggi in Italia e Germania. Fu a servizio dell’arciduca Ferdinando Carlo a Innsbruck, e intendente delle musiche teatrali presso la corte di Vienna. Compose opere e cantate. Nel 1649 esordì con l’opera Orontea, a Venezia. Come poi avverrà per Mozart, sulla sua morte nacquero voci di avvelenamento (per fortuna il calunniato Salieri non era ancora nato).
Di questo signor Cesti, poco all’onore dei palcoscenici, si parla molto ora che la Scala ha messo in cartellone l’Orontea andata in scena ieri sera con grande successo.
Opera in tre atti, molto lunga: 3 ore 25. Non sarebbe stato inopportuno anticiparne l’inizio. Comunque sia, nonostante l’ora tarda (23,25 in punto quando cala il sipario) nessuno in platea si è alzato. Da non credere. In verità Orontea era già apparsa nel Teatro milanese, però alla Piccola Scala, più di 60 anni fa: nel 1961. Diretta da Bartoletti, con un cast da signori: Berganza, Casoni, Cava, Companez, Misciano. Regia Squarzina, scene Clerici. Vista, naturalmente. Ma chi se la ricordava più?
Ad ogni modo adesso è un’altra cosa, perché la regìa dello spettacolo porta la firma di Robert Carsen. Lo so anch’io che bisogna subito dire che musicalmente è gestito dallo specialista Giovanni Antonini, che già ne ha diretto altre recenti versioni europee, ma quando c’è Carsen di mezzo è lui che impera. Si sa che si tratta di una “rivisitazione”. Niente Seicento, niente Miti o leggende. Attualizzazione integrale. Qui, ancora di più: milanesisazione, con tanto di torre Unicredit nel panorama dall’ufficio in un palazzo di City Life.
Basta! Non voglio più saper niente di queste trasgressioni. Errore.
Non siamo nel solito ospedale (davvero una mania dei registi trasferire tutto in un nosocomio!).
Questa è un fior di rivisitazione, come solo Carsen sa fare.
Ricordiamo qui alla Scala quello splendido Giulio Cesare di Haendel. Be’, quello fu un assoluto capolavoro. Difficile da ripetere.
Mi sono trovata a confrontare questa Orontea con l’Orlando furioso di Vivaldi del Festival della Valle d’Itria trasmesso martedì scorso su Rai 5. Regia di Fabio Ceresa, allestimento nel più tradizionale, lussureggiante barocco. Confesso, più bello dell’Orontea. Da gustare con gli occhi. E con le orecchie. Vivaldi è pur sempre di una stazza superiore a Cesti. Però in Orontea – questa Orontea – si entra nella vicenda, che non è simbolica ma realistica. “In ogni opera c’è sempre uno scopo drammatico –dice Carsen – per me sono tutti lavori teatrali con dei personaggi e una storia che il pubblico deve seguire”. È quanto succede. Si segue l’improponibile storia come fosse un film.
Sappiamo che per lo più i libretti dell’opera lirica rasentano il patetico, tanto sono inverosimili e obsoleti. Poi va tutto bene lo stesso, per carità, perché il melodramma è fatto così e la sua dinamicità a colpi di scena conquista per altre vie. Ma Orontea non è un melodramma e appassionarsi per oltre 3 ore ai recitati è un po’ dura. Allora Carsen ci costruisce una storia ed elabora situazioni immerse nel nostro quotidiano.
L’ambiente (scene e costumi di Gidéon Davey, luci di Carsen e Peter van Praet) è una vasta bianca galleria d’arte contemporanea con grandi quadri dove è in allestimento una importante mostra. Il protagonista è un pittore, come nel testo originale, gli altri personaggi sono ribaltati in un nuovo contesto. Tutto funziona. La regina d’Egitto Orontea diventa una top manager. Il giovane artista Alidoro, classico vanesio rubacuori è un tipo che si incontra ovunque. Il grande cocktail per la presentazione della mostra è un variopinto assemblaggio di tipi dei giorni nostri. L’episodio della donna matura che cerca un’avventuretta con un ragazzo, allestito nel sottosuolo del palazzo, con il montacarichi puntigliosamente segnalato come piano basso da un vistoso -3, e la donna, che sarebbe la mamma del pittore, qui diventata quella delle pulizie, è una invenzione straordinaria. L’impianto scenico, di una certa grandiosità pur nella essenzialità delle linee, si svolge su una piattaforma rotante che presenta diverse facce della scena, abitata da un gran numero di comparse impegnate in diverse azioni realistiche per rimpolpare la storia. Vedi la preparazione del cocktail, poi l’accurata ripulitura dello spazio, si direbbe lasciato in gran disordine. E addirittura l’imbiancatura dei muri dopo l’evento. Il libretto (Cicognini-Apolloni) non pecca di originalità: Orontea, regina d’Egitto, si proclama contraria all’amore e di conseguenza al matrimonio. Ma basta l’arrivo casuale del giovane pittore Alidoro, bellissimo ovviamente, per farla crollare. Lui però, farfallone inveterato, se getta scompiglio tra le donne di tutto il reame, non è del livello sociale giusto per Orontea e l’entourage sconsiglia le nozze. Finché, grazie ad un medaglione (vecchio trucco spesso usato per risolvere un giallo, vedi vicenda di Amelia Grimaldi del Simon Boccanegra) si scopre che, facilissimo agli innamoramenti, specie se interessati, il pittore, tutt’altro che plebeo, è in realtà di nobile lignaggio. E così tutto si assesta.
Sì, la trama è debole ma, come sempre nel teatro musicale, a sistemare le cose c’è “anche “la musica. Qui Cesti riesce a creare situazioni complesse, personaggi buffi da Commedia dell’Arte, risvolti ridanciani o sentimenti sottili, morbidezze armoniche quasi romantiche. Lo spartito non comporta eccessivi virtuosismi, e allora tutto viene giocato sull’espressività della parola e dell’agire. Se l’organico orchestrale composto da strumenti d’epoca (liuti, tiorbe, 2 clavicembali, arpa, dulciana, viola da gamba, violoncello, lirone) è scarno, basato soprattutto sul basso continuo, la strumentazione concede grande libertà nella esecuzione. “È forse proprio questa libertà – dice il direttore Antonini – l’aspetto più affascinate di questa musica. La sfida di fare un’opera simile in un Teatro grande come la Scala consiste nel dare una identità di affetti e di situazioni legata alla strumentazione.”
Sotto la guida di Antonini, che in quest’opera ha già diretto molti di loro, gli interpreti si rivelano eccellenti, vedi eccezionali. Con fisici ad hoc (le donne paiono modelle) recitano da attori cinematografici.
In primis l’avvenente Stéphanie d’Oustrac (Orontea) mezzosoprano, figlia d’arte (è pronipote di Francis Poulenc) destinata alla musica fin da bambina. Curriculum prestigioso, con repertorio che spazia dal barocco tragico (Medea, Armide) al mozartiano, per approdare, com’era ovvio, a quello francese, da Carmen a Pelléas, Werther, Dialogues des Carmelites, Les Troyens… È dotata di grandi mezzi espressivi, senza avere una super voce. Con questa stravagante, nevrotica Orontea, parte che pare le sia costruita addosso, manifesta estrema dimestichezza.
Francesca Pia Vitale (Silandra), soprano vincitore di parecchi premi internazionali, un debuttato alla Scala come Annina nella Traviata diretta da Zebin Mehta, diploma l’anno seguente alla Accademia scaligera di perfezionamento, si è distinta, con applausi a scena aperta, nella bella aria “Addio Corindo”. Il quale Corindo (Hugh Cutting) controtenore, impersona con destrezza l’altezzoso nobile innamorato. Controtenore di solida formazione è anche Carlo Vistoli (Alidoro) che ha il perentorio difficile compito di essere bello e affascinante (e su quello ciascuno ha i suoi gusti). Il basso Luca Tittoto (dove andrà l’accento?), assegnato spesso a ruoli di carattere (ma è stato anche Gessler del Tell) è qui impegnato con molto successo nella parte buffa di Gelone, domestico ubriacone al servizio di Orontea. Di tutt’altro aplomb il personaggio del consigliere Creonte, baritono Mirco Palazzi, specializzato nel repertorio belcantistico e mozartiano. I ruoli dello staff protagonista sono nove, quindi vanno ancora citati il mezzosoprano Marcela Rahal (la vecchia Aristea); e i soprani Sara Blanch (brillante valletto Tibrino) e Maria Zanarova (Giacinta) diplomata con lode all’Istituto Russo di Arti Teatrali e al Mozarteum di Salisburgo.
Al valoroso pluriesperto Giovanni Antonini e all’Orchestra della Scala su strumenti storici vanno tutti gli elogi. Su Carsen non posso dire di più. E tutto il pubblico (qualcuno è andato via prima dell’ultimo atto) lì seduto ad applaudire, alle 23,25!
“Orontea” di Antonio Cesti, terz’ultima opera della stagione 2023-24, ripete il 28 e 30 settembre e il 2 e 5 ottobre, sempre alle ore 20.








