Infinite riscritture dei tragici greci. L’ultima di Abkarian. Una Elettra “prostituta del dolore” gode delle proprie sofferenze

(di Andrea Bisicchia) Se volessimo tentare una classifica delle riscritture e degli adattamenti delle tragedie greche, la palma d’oro spetterebbe, ex aequo, a Edipo, prototipo del ben noto “Complesso” e ad Antigone, antesignana della lotta tra la Pietas dei sentimenti familiari e la Impietas del potere politico. Segue, con ottimo piazzamento, Medea, mentre un po’ distanziate, troviamo Alcesti, Elena, Crisotemi, Elettra.
Di quest’ultima, sono note le riscritture di Hofmannsthal, grazie anche all’adattamrnto musicale di Strauss, di Giraudoux, caratterizzata da una particolare leggerezza ed ironia, della Yourcenar, con i suoi personaggi ridotti all’osso, privi di maschere, incapaci di aggrapparsi a qualsiasi certezza, di Sylvia Plath, che la riscrisse, in versi, sottolineando il suo amore, senza confini, per il padre Agamennone, una specie di complesso di Edipo, alla rovescia.
L’ultima riscrittura è quella di Simon Abkarian, “Elettra dei bassifondi”, Edizioni ETS, nella collana Il Mito, Voci del presente, diretta da Filippomaria Pontani e Anna Santoni, col contributo indispensabile del Comitato scientifico, formato da Alessandro Grilli, Sotera Fornaro, Ida Merello, Flavio Gregori, Matina Treu, Christos Bintoudis. L’edizione è preceduta da una introduzione di Michela Gardini, ed è seguita da una postfazione della traduttrice Francesca Mazzella.
Per capire il titolo dato dall’autore, forse, bisognerebbe partire dalle accuse di Crisotemi rivolte alla sorella che definisce “prostituta dell’anima”, epiteto più potente di “prostituta del corpo”. Insomma, è come dire che Elettra sia stata bravissima nella sua capacità di prostituire il dolore, per poter piacere, come sostiene ancora Crisotemi, a tutti.
Questa premessa la ritengo necessaria per dare un significato alla parola: “bassifondi”, che non è, certamente, quella di un terribile bordello. L’Elettra di Abkarian, che grande successo ha avuto a Parigi, gode delle sue sofferenze che offre, teatralmente, al pubblico, accompagnandole con quel tanto di martirio laico che potrebbe accomunarla alle martiri cristiane. Per Elettra, la vera prostituta è la madre, avendo tradito il marito, non certo per amore, ma per soddisfare il suo piacere sessuale, con Egisto, pronto, tutte le notti, a soddisfarla. Il modello rimane quello “realistico” di Euripide, ovvero della giovane principessa declassata, condannata a vivere nella poverissima dimora di un contadino che la sposa senza consumare il matrimonio, declassata, anch’essa,  a rango di contadina che, pur nella cattiva sorte, è riuscita a trovare un sostegno per potere condividere con lui  le fatiche della terra,  che sono ben diverse da quelle di un postribolo a cui allude l’Elettra di Abkarian, un postribolo che, nelle pagine, non trova una vera giustificazione, ma che potrebbe soddisfare un regista alla Cobelli.
L’autore armeno, naturalizzato francese, conosce bene il linguaggio scenico, anche per la sua lunga esperienza teatrale, vissuta negli Stati Uniti, ma, soprattutto, per la sua militanza nel Teatro du Soleil, accanto ad Arianna Mnouchkine, le sue indicazioni, pertanto, sono preziose per una eventuale messinscena italiana, anche perché possiede una visione moderna del tragico che attinge ai grandi temi del passato che, con la sua riscrittura, ha reso sempre più moderni, accompagnandoli con l’ingordigia del potere, del rapporto ricchezza-povertà e con la figura di Egisto, visto come un molestatore nei confronti di Crisotemi, fino a sverginarla, gesto di cui, però, si assolve, dicendo di aver vendicato Il padre Tieste, così come si assolve Clitemnestra, dicendo di avere ucciso Agamennone perché un infanticida.
Abkarian ci dà una versione diversa della figura di Egisto, lo fa apparire come un intrigante, un faccendiere, un imbroglione, una comparsa, una specie di Erode dei bassifondi, per il quale, il disgusto è il meno che si possa provare. Non mancano gli insulti su chi è stata la vera causa di quello che è successo dopo, insulti nei confronti di Elena, ma, soprattutto, nei confronti di “quel coglione” di Menelao che, con la spedizione greca, aveva creduto di riscattare il suo onore. Abkarian non tralascia nulla del mito, anche se, a volte si lascia prendere la mano da immagini letterarie che sanno di retorica, come quando scrive: “le mammelle della necessità”, oppure: “il bozzolo del mio odio”, e ancora: “la spada ti danza in bocca” o “il fodero della ragione”. Sono peccati veniali che un regista accorto sa come utilizzare.
Certamente Abkarian non ha utilizzato il mito nel suo andamento favolistico, come sostiene Francesca Mazzella, lo spettatore si troverà dinanzi al “rovescio della favola”, anche perché assisterà a “crimini nefandi e truci vendette”.

Simon Abkarian, “ELETTRA DEI BASSIFONDI”, Edizioni ETS 2022, pp. 222, € 20