Irrompe alla Scala l’arte cinese di oggi. E una gigantesca lente evidenzia il mondo da sogno d’una fantastica Turandot

MILANO, mercoledì 26 giugno ► (di Carla Maria Casanova)“Turandot alla Scala, assente dal 2015, ultima opera in cartellone prima della pausa estiva. Un bello spettacolo. Un grande spettacolo. Magari Turandot è un’opera di facile allestimento. Della cinquantina di diverse produzioni che ho viste non ne ricordo una brutta. Ma questa è proprio bella. Qualche eccesso nelle coreografie, a volte un po’ troppa gente che si agita, ma l’insieme è notevole.

La regìa di Davide Livermore, propugnatore della tecnologia più spericolata, crea sempre qualche ansia. Qui la grandiosità è equilibrata, non c’è fasto smisurato, nemmeno nella scena-madre degli enigmi. E la Cina trionfa.

Il team di realizzatori – Eleonora Peronetti, Paolo Gep Cucco e lo stesso Livermore, con la costumista Marianna Fracasso ha deliberato per il colore dominante nero, con squarci di rosso. Turandot non è opera allegra ed è soprattutto notturna. Attenta la ricostruzione di una antica piazza cinese immersa nel buio, in primo piano la prospettiva delle casette in legno, sinistre, con finestre cui si affaccia il miserando popolo per assistere alla esecuzione dei pretendenti di Turandot che hanno fallito (l’ultimo è il principe di Persia). Il popolo si accanisce contro il malcapitato, ne fa scempio e lo manda al patibolo nudo come un verme.  Ma c’è subito l’attesa febbrile per il nuovo cimento. Si è presentato un nuovo spasimante che, alla vista della fatale principessa di gelo, ha avuto il classico colpo di fulmine. In scena l’evento è segnato dall’arrivo di una gigantesca lente mobile luminosa con guizzi di luci rosse che evidenzia gli elementi simbolici di un mondo di sogni. È stata costruita – dice il programma di sala – a partire da una accurata ricerca iconografica sull’arte cinese di oggi. Tali raffinatezze vanno naturalmente perdute per il pubblico, ma l’effetto rimane. Poi c’è l’immancabile gong. Quello, lo capiscono tutti. In scena, adesso si fa grande luce. La corte dell’imperatore comporta uno stuolo di personaggi ben diversi dall’anonimo grigio popolino. Sono dame in veli rosa, azzurro e verde tenue. Alti flabelli e stendardi dorati sovrastano la folla. Di rigore la scalinata presieduta dal vecchio imperatore Altoum dalla quale Turandot scende come falco rapace, a proporre i suoi indovinelli. Lei, nella fattispecie, indossa uno sfarzoso abito bianco e argento. Calaf, che veste una severa sorta di armatura, non si lascia intimorire da tanto splendore e risolve gli enigmi. La storia la sappiamo. Sarà poi lui a sua volta a proporre un enigma a lei. Seguirà, nella notte tornata buia, il celeberrimo “Nessun dorma”.

Rimane ancora un mezzo terzo atto. “Mezzo” in quanto, dopo la struggente morte della schiava  Liù, nel novembre 1924 Giacomo Puccini moriva, lasciando l’opera incompiuta. Lì la interruppe anche Toscanini, alla prima direzione scaligera, il 25 aprile 1926. Oggi, nel centenario della scomparsa del Compositore, Livermore ha evidenziato la ricorrenza interrompendo l’esecuzione e proiettando a tutto schermo l’immagine di Puccini mentre dal fondo della platea irrompono decine di figuranti con una fiammella accesa, distribuita anche agli spettatori, per un grande effetto “mocoleti” da Arena di Verona. Deglutita nel pubblico la commozione, l’opera continua nella edizione Alfano, con il rapinoso duetto d’amore finale. Qui Turandot oramai vinta indossa un luttuoso abito nero che poi verrà ricoperto, come quello di Calaf, da uno smagliante mantello nuziale. Fine.

Il tutto funziona bene anche perché il versante musicale funziona benissimo. Oso dire che protagonista risulta il tenore, come altre volte già è capitato, per via del “Nessun dorma”. Si pensi a cosa ne ha fatto Pavarotti.  Questa volta Calaf è l’artista azero Yusif Eyvazov, nato ad Algeri cresciuto a Baku, al secolo ultimo marito della diva russa Anna Netrebko, la quale da tempo lo impone in tutti i teatri. E certo gli ha insegnato varie cose tecniche, tanto che tra un po’ non ci sarebbe da stupire se fosse lui a imporre lei. Eyvazov è un ragazzone che sprizza vitalità e simpatia. In lui tutto è esagerato. Ha quel che si dice in gergo una “vociaccia” un po’ sbracata, disomogenea, aperta, ma che volume, che fiati, che perfetta dizione italiana, che istinto musicale, che intensa partecipazione! “All’alba vincerò” e vien giù il teatro. Uno che canta così non può che vincere. Avendo poi per partner l’innamorata consorte, le cose non potrebbero andar meglio.

La Netrebko la voce l’ha molto bella e si difende ancora bene, però, ammesso che il gioco scenico non è mai stato il suo forte, l’ammiccare di un lieve ancheggiamento (c’è un termine più appropriato, ma poi mi si censura) è certo quanto meno si addice alla gelida maestà di una principessa cinese. Colpa anche della costumista che le ha disegnato il costume con una gonna dal profondo spacco e tacchi alti.

Liù, il personaggio pucciniano più amato, è interpretata da Rosa Feola, astro oramai nato nel panorama internazionale. Anche qui, molto bene, vocalmente e scenicamente. Nei marginali panni di Altoum abbiamo ritrovato con una certa malinconia Raul Gimenez, già tenore di indubitati fasti (ma persino Giuseppe di Stefano non disdegnò impersonarlo). La compagine che assicura i ruoli di Timur, Ping, Pang e Pong, è costituita da giovani cantanti asiatici di alto livello, alcuni laureati al Conservatorio di Milano: Vitalij Kowaljow, Sung-Hwan Damien Park, Chuan Wang, Jinxu Xiahou.

A dirigere Orchestra e Coro della Scala c’è Michele Gamba (Milano 1983) laureato al Conservatorio G. Verdi in direzione d’orchestra, pianoforte, e composizione, e in filosofia alla Statale. Ancora giovanissimo, Pappano e Barenboim lo vollero come assistente. Nel 2016 ha debuttato alla Scala con L’Elisir d’amore.  Attivo nel repertorio sia classico sia contemporaneo, è assurto presto a un giro internazionale. Musicista completo, Gamba si esibisce spesso anche in recital pianistici. Sul podio è sicuro, preciso, vigoroso, rispetta i tempi, dà magie alle atmosfere notturne. Successo strepitoso che ha meritatamente premiato anche il Coro.

Turandot di Giacomo Puccini ripete il 28 giugno e i 4, 6, 9, 12, 15 luglio, ore 20. Nelle ultime tre recite la parte di Calaf sarà sostenuta da Roberto Alagna.