La banalità del linguaggio nell’assurda “Lezione” di Ionesco. Come modello di oppressione e strumento di potere

CERVIA (RA), martedì 27 febbraio (di Andrea Bisicchia) Era da un po’ di tempo che non si vedeva, sui palcoscenici italiani, “LA LEZIONE” di Ionesco. Ricordo almeno tre edizioni, quella di Franco Enriquez con Valeria Moriconi e Mario Scaccia, quella con la regia di Binasco, per lo Stabile di Genova, e quella di Paolo Graziosi, vista al Franco Parenti, tre interpretazioni diverse, con evidenti allusioni ad altrettanti generi teatrali, quello farsesco, quello della pochade e quello del grottesco, tutti necessari per svuotare i personaggi da qualsiasi dimensione psicologica e, pertanto, caratteriale. La scelta di Antonio Calenda è stata quella politica, nel senso che ha utilizzato la categoria della banalità come filo conduttore, avendo, credo, in mente, il saggio di Anna Arendt “La banalità del male”, quello compiuto, da sempre, da persone mediocri, come lo era stato Eichmann, al tempo dell’olocausto, il saggio affrontò anche il tema della nascita dei totalitarismi.
Il parallelo tra Eichmann e il Professore, protagonista della “Lezione”, appare evidente, trattandosi di un uomo banale, mediocre e, pertanto, perverso. La data di composizione della commedia, 1951, ci riporta al dramma del dopoguerra, ovvero, alla fine del sogno malefico di Hitler e del suo potere, lo stesso a cui ricorre il Professore, solo che si tratta del potere di un linguaggio incontrollabile che egli utilizzerà nel corso della sua lezione, un linguaggio talmente banale da concupire la sua giovane allieva, dopo le altre trentanove che aveva avuto come allieve in passato, tutte destinate alla stessa fine, un diverso tipo di olocausto.
Calenda, che conosce bene la natura umana, carica di paradossi, di bizzarrie, di controsensi, ma anche di parole capaci di uccidere, ha fatto corrispondere, alla banalità filosofica della Arendt, quella linguistica di Ionesco, sottolineando la finta sapienza, percepibile nelle parole del Professore, facendo distorcere ai suoi attori i suoni, i fonemi, accavallandoli, oltre che costruendo delle  associazioni irrazionali, prive di significato, grazie all’uso del linguaggio ambiguo e irrazionale di Ionesco, lo stesso che causerà un altrettanto irrazionale mal di denti all’Allieva, fonte di una forte depressione, dopo aver passato al Professore, quasi in forma di transfert, la sua brillantezza iniziale, un linguaggio ben noto alla Governante, convinta, a suo modo, che l’aritmetica, insegnata dal Professore, possa condurre alla filologia e quindi al delitto, esempio straordinario del potere del sillogismo, anch’esso banalizzato.
Ionesco ha costruito tutto il testo sulla banalità del linguaggio che uccide, fatto di parole complimentose all’inizio, e di parole violente alla fine, concepite come modelli di oppressione e, pertanto, di potere.
Non dobbiamo dimenticare che la capacità di manipolare sta a base di ogni forma di autoritarismo, Ionesco e Calenda si sono limitati a denunciarla proprio attraverso un apologo. Non per nulla, sarà la Governante che, tirando fuori un bracciale di stoffa rosso, con la svastica che Calenda fa indossare al Professore, a confermare questa ipotesi che il regista rende ancora più appariscente facendo coprire il corpo morto dell’allieva, uccisa da un coltello invisibile, con un lenzuolo rosso, corredato anch’esso da una svastica, coltello invisibile, come lo è la manipolazione.
Ed è sempre la governante che, rivolgendosi al Professore, quando gli consegna il bracciale rosso, che dirà: “Prenda, metta questo. Non avrà nulla da temere. Diventa una faccenda politica”.
L’interpretazione di Calenda ha reso evidente quanto “La lezione” sia un vero e proprio capolavoro, solo che, questo è stato possibile grazie al lavoro che, da vero maestro, ha fatto sugli attori che si muovono in una scena grigia, dove incombono due grandi e spettrali armadi.
ll testo sembra che sia stato scritto da Ionesco per Nando Paone, sicuramente impegnato in
na delle sue migliori interpretazioni , le cui qualità mimetico-ironiche lasciano molto spazio al linguaggio del mimo, Daniela Giovanetti, con il suo surreale sorriso, sembra pronta per fare “La bella addormentata” di Rosso di San Secondo, grazie alle sue capacità di distanziazione dal personaggio, vissuto come in sogno, mentre  Valeria Almerighi dà al personaggio della Governante il suo vero significato, ovvero colei che “governa” l’azione e che lo fa con un certo potere.
Il pubblico non finiva di applaudire.

“LA LEZIONE”, di Ionesco. Regia di Antonio Calenda. Con Nando Paone; Daniela Giovanetti, Valeria Almerighi. Teatro Comunale Walter Chiari, Cervia.

Dal 29 febbraio al 3 marzo al Teatro Politeama Rossetti di Trieste.