La fame, in un racconto allegorico, trattato come una parabola. Ma infine è la pancia a reclamare i propri diritti

“LA FAME” di Alberto Fumagalli, anche regista con Ludovica D’Auria, prodotto da Accademia Perduta, con Chiara Liotta e Alberto Fumagalli, visto al Teatro Goldoni di Bagnacavallo. Lo spettacolo andrà in scena al Teatro Menotti di Milano il 23 aprile, in occasione di una personale dedicata alla Compagnia “Les Moustaches”

(di Andrea Bisicchia) – Che cos’è la fame? Uno stimolo fisiologico? Un complesso etico o psicologico? Una sensazione ontologica? La si può declinare in vari modi, come fame di nascere, fame di gloria, fame di amore.
Nello spettacolo “La FAME”, visto al Teatro Goldoni di Bagnacavallo, prodotto da Accademia Perduta, per l’autore Alberto Fumagalli, non è altro che una “parabola”, ovvero qualcosa che ha a che fare col racconto allegorico, un genere letterario che utilizza ciò che accade per spiegarci dei concetti più complessi.
A differenza della allegoria, la parabola ha sempre qualcosa a che fare con la realtà, per questo motivo non si limita a raccontare, ma si pone come una sfida intellettiva alla ricerca di una verità trascendente.
Protagonisti della pièce sono Virtuosa e Sagrestano, interpretati, da Chiara Liotta e Alberto Fumagalli, in chiave decisamente surreale, se non fiabesca, tanto che ho pensato a un testo di Bontempelli, “Guardia alla Luna”, che faceva parte di quel “Realismo magico” che contraddistinse una particolare stagione del teatro novecentesco, intento a creare un teatro di poesia, priva però della retorica dannunziana.
Anche Alberto Fumagalli tende a un teatro di poesia e alla trasfigurazione della realtà, alimentata, nel nostro caso, dal rapporto fame-sazietà.
Quando l’uomo vive in un contesto di abbondanza, non bada all’eccesso, sopporta una specie di epicureismo perfetto, fatto di ingordigia e di famelicità, quando arriva, come nel teatro di Maeterlinck, un ospite inatteso, come la fame, tutto si complica. Nel cercare di sfuggirla, i due protagonisti finiscono per accedere a situazioni immaginarie, come la rissa, a cui fare seguire la pace, la nascita di una figlia, un viaggio nella Luna che Sagrestano cerca di antropomorfizzare, a cui racconta di stare per diventar papà e che, per poter proteggere la sua Principessa, non ha altro luogo dove accompagnarla. A quel punto, per Virtuosa, Sagrestano diventa un prode cavaliere che arriva col cavallo per condurla in un luogo migliore da quello sulla terra, solo che lei, per la troppa fame, il cavallo intenderebbe mangiarlo. Sagrestano pensa soltanto alla sua missione, ovvero salvare Principessa e offrirle un futuro migliore. Il suo non è altro che un gesto d’amore infinito che si scontra, però, con la voracità di Virtuosa che diventa sempre più grassa , che non si stanca mai di mangiare, non solo pesce, carne, torte, ma anche spezie provenienti dall’ Oriente e lasagne, costolette, provenienti dall’Occidente, come dire che la sua insaziabilità la porta a misurarsi con la globalità. Se Sagrestano chiede alla Luna di guidarlo, convinto che la ragione si sia rifugiata nella sua sfera, perché sulla terra tutto è follia, la stessa che ha contaminato Virtuosa, sarà lei, alla fine, a chiedergli di salvarla, e di non pensare soltanto a Principessa. Virtuosa riuscirà ad aggrapparsi alla superficie della Luna, ma ciò causerà la morte di Sagrestano.
Spettacolo impalpabile, che vive tra cielo e terra, che vanta un drammaturgo di Compagnia, e un produttore, come Accademia Perduta, che ha creduto in questo Gruppo under 35, e che non abbandona a se stesso, come fanno tanti produttori, ma che immette in una circuitazione che raggiunge persino i teatri milanesi.
“La Fame”, insieme a “I cuori battono nelle uova”, “La difficilissima storia di Ciccio Speranza”, saranno programmati, al Teatro Menotii , dal 21 al 26 aprile.
L’Editore CUE PRESS ha raccolto i tre testi di Alberto Fumagalli, nel volume “Come tutti gli altri che verranno”, con una breve introduzione di Lorenzo Gioielli.