La feroce Salome, orrore biblico e terrificante, che Strauss ricavò da Oscar Wilde, ora alla Scala in versione streaming

MILANO, domenica 21 febbraio ► (di Carla Maria Casanova) – “Salome”, di Richard Strauss (accento sulla a, mi raccomando), è tornata alla Scala nella versione streaming oramai in uso, dato il perdurare della furia pandemica. Ma questa storia dovrà pur finire, anche se oramai un po’ tutti inventano lodevoli acrobazie per ovviare all’increscioso “inconveniente”. (Una cosa mi è sempre risultata insopportabile nella programmazione delle opere liriche in tv: il commento dei presentatori-trici i quali si avverte lontano un miglio che non sanno di che cosa stanno trattando. Soprattutto per quel tono mielato e cerimonioso dei cronisti che augurano buon compleanno alla centenaria oramai un po’ giù di testa. Chissà perché, per presentare qualsiasi altro genere di spettacolo, da Sanremo a una tragedia di Shakespeare, quel tono lì non viene mai usato).
Questa Salome (edizione originale in lingua tedesca) sarebbe dovuta andare in scena a marzo 2020. Già fatte le prove. Regia di Damiano Michieletto, direttore Zubin Mehta, il quale proprio con Salome debuttò alla Scala nel 1974. Poi il Covid. Salta tutto di un anno e lo spettacolo, ritoccato, si ripropone adesso. Intanto salta Zubin Mehta, per ragioni di salute. Prende il suo posto Riccardo Chailly, direttore musicale del Teatro, che con questo repertorio ha lunga dimestichezza.
Tanto per ricordare, Salome apparve per la prima volta alla Scala nel 1906, diretta da Arturo Toscanini. Nelle numerose riprese che seguirono negli anni, si alternarono sempre grandi direttori, fra cui Herbert von Karajan. Una edizione particolare fu quella del 1987, proposta da Bob Wilson che, avendo come protagonista Montserrat Caballé, poco incline ad affrontare il punto cruciale della “danza dei sette veli”, risolse enucleando i cantanti su una piccola tribuna, davanti a un leggìo, come fosse una esecuzione “all’italiana” (in forma di concerto), mentre sulla scena agivano dei mimi. Fu un grande spettacolo.
Salome è la famosa opera a proposito della quale il Kaiser Guglielmo II profetizzò: “Mi dispiace che Strauss abbia composto questa Salome. Lui mi è molto simpatico ma si farà un danno enorme con quest’opera”. Non fu buon profeta.
Con questo danno – commenterà Strauss nei suoi “Ricordi” – mi sono potuto costruire la villa a Garmisch!
Già due anni dopo, nel 1907, a Parigi, Salome fruttò al compositore la Legion d’onore e proprio a Berlino, in un solo anno, raggiunse le cinquanta recite. Il titolo è da tempo entrato nel repertorio mondiale.
Atto unico di un’ora e cinquanta minuti di musica, tratto dall’omonimo poema di Oscar Wilde (biblica vicenda di assoluto orrore) l’opera di Strauss è un capolavoro di alta tensione dall’inizio alla fine. La sua pagina più celebre, ancor oggi fatta segno di febbricitanti attese specie maschili, è la “danza dei sette veli”, fonte di acerbe critiche o di osannanti giudizi, a seconda del livello di seduzione di chi la interpreta.
La versione scaligera di Salome (vista ieri sera su Rai 5, il canale della cultura che ogni mattino ore 10 ci sforna un’opera lirica) affidata alla regìa di Damiano Michieletto (scene di Paolo Fantin, costumi di Carla Teti) tradizionale non poteva essere. E così è stato. Siccome lui è intelligente, anche le sue regìe lo sono. In questa Salome ha magari sforato qua e là. Nel senso di troppa carne al fuoco. Era chiaro che la “danza dei sette veli” lui non l’avrebbe risolta con l’usato spogliarello della protagonista ma duplicare Salome con lei bambina presa per mano da Erode e portata “di là” (immancabile abuso pedofilo) mentre poi in scena Salome adulta viene stuprata da sei uomini mascherati e il suo abito bianco si trasforma in infiniti rivoli tinti di rosso (il sangue della deflorazione, immaginario antefatto che non basta ad assolvere Salome dalle sue turpitudini) e – arrivo alla conclusione- che alla fine Erode riappaia da una stanza in soqquadro con una Erodiade scarmigliata, rivelatrice anche lì di avvenute cose turche, tutto questo percorso ha una elaborazione un po’ complicata.
Un inutile errore: il suicidio di Narraboth mediante l’assunzione del veleno. Narraboth, la guardia del corpo di Salome, che non regge alle lascive profferte della principessa, si deve trafiggere con la spada, se poi Erode scivola sul sangue sparso di lui. Altro “dettaglio”, ma questa volta il regista poco aveva da giocare, è l’aspetto fisico di Jochanaah. Salome commenta “Com’è magro… sembra d’avorio” e ci troviamo davanti un omone seminudo, grasso e flaccido, tutto fuorché fascinoso, anzi abbastanza ripugnante. Nulla della tenebrosa ascetica attrazione della “voce che grida del deserto”. Il profeta emerge da una nera botola. Una volta decapitato, la sua effigie si libra nell’aria coronata da una raggiera da ostensorio mentre Salome, sempre con quella sua sconcia fissazione “voglio baciare la tua bocca”, si gingilla davanti a un bacile intingendo le dita nel sangue di lui. Per fortuna, con un lampo di sano realismo, Erode irrompe: “Uccidete quella donna” e la facciamo finita.
È una storia terrificante, lo sapevamo. Michieletto ne ha reso i contorni loschi con l’usata, un po’ eccessiva, maestrìa. La luce livida, tendente al verde, crea subito un’atmosfera di suspence. L’enorme luna nera che incombe su tutto è più spaventosa di quella bianca segnalata dal libretto. La tavola imbandita dove Erode gozzoviglia con i suoi cortigiani ha un taglio teatrale di bellissimo effetto, il re ed Erodiade sono splendidamente disegnati, soprattutto lei, imponente elegantissima matrona.
Attentissima è la cura riservata da Michieletto alla protagonista, la russa Elena Stikhina (foto), debuttante scaligera, oramai star internazionale, calata nelle ingrate vesti di Salome con rara ferocia. La sua voce è sicura, aggressiva, più irruente che sinuosa, iscrivendosi nella tradizione delle cantanti wagneriane. Una donna così ti spara addosso senza troppi complimenti. Quel bestione di Jochanaan (Wolfgang Koch) tuona irruente le sue maledizioni con immediata forza espressiva; Feard Siegel (Herodes) assolve con favolosa proprietà interpretativa un ruolo che altrimenti parrebbe di secondo piano e Linda Watson è una Herodiades (davvero straordinario il suo look) più determinata che femminilmente subdola. Il bel timbro accorato di Attilio Glaser convince nella pur breve parte dell’infelice Narraboth.
Riccardo Chailly di Richard Strauss ha forse diretto tutto.
Pochi come lui avrebbero potuto riprendere al volo la bacchetta rimasta in sospeso. A capo di un’orchestra scaligera più che eccellente (tutti distanziati, con mascherina) Chailly, con assoluta chiarezza di concertazione, ha scelto il coinvolgimento emotivo, immergendosi nella frenesia della partitura che non lascia scampo. Questa Salome non è liricizzata né audacemente sensuale. È terribile e basta.
Alla fine gli interpreti, nel silenzio tombale della sala deserta, hanno il triste incarico di applaudirsi vicendevolmente. Speriamo ancora per poco.

“SALOME”, di Richard Strauss. Trasmessa su Rai 5 e Raiplay, e su Rai Radio 3 e circuito Euroradio. Nuova Produzione Teatro alla Scala. Direttore Riccardo Chailly. Regia Damiano Michieletto. Orchestra del Teatro alla Scala.
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