LA GIOCONDA alla Scala: sublime operaccia. Con scene impressionanti ed effetti cinematografici. Scatenati applausi

MILANO, mercoledì 8 giugno ► (di Carla Maria Casanova)La Gioconda di Amilcare Ponchielli, libretto di Arrigo Boito, diciamocela tutta, è un’operaccia. Nel senso che sfiora, ma neanche tanto, il grand Guignol. Peggio di così non si può. Era da poco andato in scena “L’Anello del Nibelungo” (1870) e i due (Ponchielli e Boito) molto impressionati, puntarono su una irrinunciabile spettacolarità.
Presentata alla Scala nel 1876, La Gioconda fu poi rivisitata e molto rimaneggiata fino alla sua versione definitiva del 1880, che comunque risente dell’influenza dell’opera wagneriana e francese. Folco Portinari scrisse in proposito che pare un’opera creata come “pretesto per romanze, feste e danze”, e non poteva andarci più vicino. Sia pur non consapevolmente, La Gioconda è l’unica opera dell’intero repertorio melodrammatico che esibisca un’aria per ognuno dei sei registri vocali (soprano, mezzo, contralto, tenore, baritono, basso) entrata nel repertorio popolare, e include un prototipo di ogni forma musicale: sinfonia, duetto d’amore, quintetto, assieme, balletto… C’è tutto. Non basta, direte voi: va bene per un dizionario. Ma qualcosa di più c’è. La dice lunga la ampissima discografia, a partire dal 1931, con il conseguente novero di grandi interpreti, da Giannina Arangi Lombardi alla ormai storica, facciamo inarrivabile, Callas (che in Gioconda debuttò all’Arena di Verona nel 1947), alle insospettabili due registrazioni (1967/68) della Tebaldi (be’, la bellezza della voce…). Insomma, questa vituperata Gioconda non è da buttar via. Anzi: “il largo respiro delle frasi melodiche, l’accento vigoroso dei pezzi di cui l’opera consiste, le romanze, i magniloquenti concertati, i ballabili di ritmo incalzante, imprimono all’opera un carattere che si distingue nettamente dalle opere verdiane e fanno di Ponchielli il caposcuola di una generazione di compositori italiani che risentiranno del suo influsso (Carlo Gatti)”

Veniamo alla Gioconda andata in scena ieri sera alla Scala. Lo spettacolo è affidato al regista Davide Livermore (l’enfant terrible, per niente enfant, dei recenti anni). È uno spettacolo polveroso, che riecheggia gli straordinari ambienti del Piranesi ma risolti con l’odierno mezzo digitale: sterminati veli simili a zanzariere,  proiezioni, dissolvenze, sferzanti luci al neon. Distrazioni ottiche. Cinema più che teatro. Risulta invece appropriata l’introduzione di bianchi pulcinella. La storia si svolge in una approssimativa Venezia del ‘600. Le nefandezze del copione sono tali che invocano qualche leggerezza. E i pulcinella, mirabile chiave tiepolesca, alleggeriscono. Sappiamo che la cantatrice Gioconda è la tipica cortigiana “honesta” veneta, dama colta e intelligente, una sorta di geisha usata dal Governo per missioni diplomatiche ad alto livello (vedi la storica Veronica Franco incaricata di carpire segreti al re di Francia Enrico III). È una Venezia misteriosa e bieca, ma non sono bassifondi. Livermore (scene di Gio Forma, costumi – bruttarelli – di Marina Fracasso) elabora soluzioni di effetto. Magari troppi (gli effetti). Ci sono alcune immagini impressionanti: la grande nave (v. foto sopra) che poi prende fuoco, le bianche architetture del palazzo, girevoli, trasformate in ponti e prospettive, tutte trasparenti, dentro le quali i personaggi si cercano e rincorrono. Frédérick Olivieri ha curato la coreografia della celeberrima “Danza delle ore”, che ha scatenato l’applauso a scena aperta, come usa l’acuto del tenore: il pubblico non cambia mai. Un errore notevole di Livermore nel finale: la Gioconda, anziché sottostare all’amplesso promesso a Barnaba (vedi Leonora del Trovatore e tante altre…) si pugnala, “volesti il mio corpo, demon maledetto? E il corpo ti do…” Barnaba, furibondo nel vedersi sottrarre la preda, vorrebbe vendicarsi con un ultimo insulto per Gioconda, spiattellarle cioè di averle affogato la madre la sera prima. Troppo tardi: Gioconda, suicidatasi, “non ode più”. Invece Livermore lascia in piedi Gioconda, fa riapparire per incanto la Cieca ed è sul corpo esanime di questa che Barnaba pronuncia “non ode più”, frase senza senso, dato che l’ha affogata la sera prima. Licenza presa “tanto per”. Chi non conosca la storia, non capisce.

La Gioconda della Scala di ieri sera è Saioa Hernàndez (che ha sostituito la prima titolare Sonia Yonceva). E alla Saioa non si può dire nulla: la voce è grande e sicura, bello l’accento. Il famosissimo “Suicidio” è cantato e declamato con grande partecipazione drammatica. Nulla da eccepire neppure per la ben  nota sontuosa vocalità di Daniela Barcellona (Laura) e così per l’autorevolezza, immediatamente avvertibile sin dalle prime note, di Erwin Schrott (Alvise Badoero, personaggio esecrabile, ma quando si canta così!). Il vero protagonista di tutta la truce vicenda sarebbe Barnaba, mostro di perversione (Jago in confronto è un chierichetto). Roberto Frontali ha impersonato la parte forse senza la dovuta malvagità, con acuti vibrati e squillanti ma anonimi. Però il suo garibaldino “Pescator affonda l’esca” va segnalato.  Sul tenore Stefano La Colla (Enzo Grimaldo , amante per il quale si dilaniano la Gioconda e Laura) molti in sala hanno avuto da ridìre. A me è sembrato un po’ esibizionista nell’acuto e privo di fascino nella magica aria “cielo e mare”, foriera di grandi commozioni. E qui non ha commosso per niente. Poi c’è la Cieca, la madre della Gioconda che tanto preoccupa tutti quanti (in scena) ma i cui affanni al pubblico non interessano più di tanto. Anna Mari Chiuri l’ha interpretata onorevolmente. Su tutti, il direttore Frédérich Chaslin è parso spingere l’orchestra a sonorità estreme senza curarsi dei passaggi così significativi, quasi leitmotiv, che conducono alle diverse situazioni. Per lui qualche buu alla fine. Applausi intensissimi per Hernandez, Barcellona, Schrott.

Teatro alla Scala – La Gioconda di Amilcare Ponchielli. Repliche: 11, 14, 18, 21, 25. Lo spettacolo inizia alle 19,30. Finisce alle 23,15.