(di Andrea Bisicchia) – Cosa vuol dire custodire una tradizione? Forse vuol dire conservare ciò che si è vissuto a teatro per decenni, essendo stato testimone di spettacoli irripetibili? Custodire, però, è diverso che conservare, perché implica delle disposizioni differenti che coinvolgono altre categorie, come: proteggere, curare, valorizzare qualcosa che è di prezioso in sé.
Il testimone di eventi teatrali del passato ne è anche il custode, grazie alla memoria di ciò che ha visto, ma che sente il bisogno di rinnovarla. Basterebbe rifarsi ad Heidegger, il quale parlava di “custodia dell’essere” che metteva in relazione tra l’uomo e il mondo per potere preservare l’autenticità dell’esistenza.
Ebbene, quando vogliamo custodire la memoria di uno spettacolo, noi facciamo la stessa operazione.
Sono tanti gli spettacoli da custodire, per fare un esempio, l’edizione dei “Giganti della montagna”, con la regia di Strehler, protagonisti Turi Ferro e Valentina Cortese, occupa, nella nostra mente uno spazio indelebile e, pertanto, museale. Potrei parlarne in qualsiasi occasione, come se l’avessi visto l’altro ieri, perché ne custodisco le radici. Conservare può restituire ad altri la propria esperienza, oltre che la conoscenza di uno spettacolo, impresso nella propria memoria, ma che devi proteggere e che non può banalmente trasformarsi in una analisi di tipo saggistico.
Conservare è qualcosa di più.
È come mettere al riparo dalla dimenticanza ciò che hai visto e di cui sei stato testimone.
Tra conservare ed essere conservatore, il passo potrebbe essere breve, ma non è così. I cultori del teatro del passato sono spesso accusati di essere dei conservatori. È necessario distinguere l’essere custodi dal custodire, perché, nel custodire, non c’è soltanto il senso di appartenenza, ma anche di condivisione, specie se colui che custodisce si apre a progetti contemporanei. È quello che ho sempre fatto, nel senso che ho custodito per potere meglio capire il presente in una dimensione di diversità rispetto al passato. Questo permette non un istintivo aut-aut, bensì un progressivo passaggio da ieri a oggi, vissuto con maggiore competenza e con la possibilità di poter fare dei confronti.
Confrontare una messinscena di oggi, che so, per esempio della “Grande magia”, con la regia di Gabriele Russo, con quella di Strehler, diventa un lavoro istruttivo se metto le mie conoscenze del passato al servizio di chi, per ragioni anagrafiche, non può fare il confronto con la consapevolezza, ma il giudizio deve tener conto, non del confronto, ma di ciò che ho visto, oggi, dovendoti mettere al servizio di una interpretazione diversa, con una sua “lettura critica”, un suo stile, ma che riesci meglio a comprendere grazie al potere della testimonianza di ciò che hai visto in passato.
Gli esempi potrebbero moltiplicarsi. Per fare un altro esempio, tra “Il giardino dei ciliegi” di Strehler e quello di Lonardo Lidi, che pur nella loro diversità potrebbero essere uniti da due eccessi, quello della poesia di Strehler e quello corrosivo e antipoetico di Lidi. Il custode della tradizione deve limitarsi ad osservare, non a scegliere, se lo fa non deve dirlo, deve tenerselo per sé.
La memoria di ciò che si è vissuto: un bene da custodire e curare. Per restituire anche ad altri le proprie esperienze
22 Settembre 2025 by








