La mitologia greco-romana nostra contemporanea. Ed Enea diventa simbolo di tutti gli stranieri in cerca di una patria

(di Andrea Bisicchia) È difficile distinguere l’antichista dall’antropologo, leggendo il libro di Giulio Guidorizzi: “Enea, lo straniero. Le origini di Roma”, edito da Einaudi, perché, proprio nel momento in cui l’autore ci affascina con la trama ispirata all’“Eneide” virgiliana, ci conduce in un vortice, dentro il quale, in lontananza, affiorano i nomi di Freud, Frazer, Girard, proprio perché, attraverso contaminazioni, egli vuol raccontarci una sua versione di Enea, spogliandolo da ogni forma di eroismo e, persino, della famosa pietas, per proiettarlo in un mondo dove il tribale si appresta a diventare sociale.
Nel romanzo, con qualche parvenza di scrittura saggistica, non documentata, essendo assente la bibliografia, Guidorizzi fa uso della materia classica greco-romana, per trasformarla in una fonte primaria che, nel corso della narrazione, pur attingendo ai loro miti, li modifica fino a farli diventare oggetto della nostra contemporaneità, puntando sul termine “straniero”, con riferimento a tutti gli stranieri che solcano il Mediterraneo in cerca di una nuova patria.
Il romanzo è costruito su sette capitoli, con un prologo e un epilogo, ciascuno con un titolo in latino e con dei termini che assumono significati molto profondi, si va da Penates a Pater, Fatum, Sacer, Manes, Humilis Italia, Gens una sumus, i cui significati assumono valori universali. Guidorizzi, infatti, ci racconta la storia, non di un esule, ma di uno straniero che fugge dalla guerra e che vive l’avventura, spesso drammatica, di un viaggio che fa venire in mente quello dell’Ulisse di Joyce, perché, anche se avventuroso, quello di Enea è anche un viaggio all’interno della sua coscienza, che Guidorizzi racconta con un ritmo narrativo ben diverso da quello della prosa tradizionale, essendo in possesso di una particolare armonia, di matrice classica, capace di coinvolgere i sentimenti, le passioni e di trasformare l’eroismo in qualcosa di umano, attraverso categorie come quelle del dolore, della felicità, della invidia, della vendetta, del pudore, dell’amore, della gratitudine e della crudeltà. È alquanto ricco di stimoli il capitolo che porta il titolo: “Sacer”, quello che racconta il mito del “Ramo d’oro”, diventato il titolo di un libro fondamentale di Frazer, essendo il medesimo che Enea raccolse, su invito della Sibilla, prima di iniziare il viaggio nel regno dei morti per incontrare il padre Anchise. La leggenda racconta di un gesto di violenza come conseguenza di una strana usanza, secondo la quale, il solo che fosse riuscito a strappare un ramo dall’albero che cresceva nel recinto del santuario di Diana, a Nemi, uccidendo il sacerdote che lo vigilava, poteva succedergli come il “Re del bosco”.
Per Frazer, confrontando miti e riti di ogni tempo, la leggenda divenne la base del suo ciclo di antropologia religiosa comparata che Girard utilizzerà per mostrare il rapporto che esiste tra la violenza e il sacro. Guidorizzi la trasforma in un racconto accattivante, immettendoci nel mondo dell’oltretomba che ispirò Dante per la sua Commedia, dato che il viaggio di Enea, accompagnato dalla Sibilla, sta a base dl quel sentimento del “meraviglioso” che caratterizza tutta la letteratura medioevale, col complesso campionario di miti e leggende fantastiche.
Nel suo romanzo, Guidorizzi non tralascia nessun personaggio del poema virgiliano, vi troviamo Anchise, Creusa, Ascanio, Didone, Eurialo e Niso, Turno, la vergine Camilla, Lavinia i quali, ciascuno a suo modo, contribuiranno a porre la basi delle origini di Roma che, in fondo, sono le nostre origini. La conclusione, pertanto, non riporta il tema della morte, ovvero dell’uccisione del giovane Turno, da parte di Enea, bensì quello della rinascita, con la fondazione di Alba Longa e con Iulio, figlio di Ascanio, capostipite della gens Iulia.

Giulio Guidorizzi, “Enea, lo straniero. Le origini di Roma”, Einaudi Editore 2020, pp. 180, € 14.