La persistenza della critica, sì, ma con quali strumenti nell’età di internet e dei blog?

(di Andrea Bisicchia) La lettura di un recente libro di Giovanni Antonucci: “Lo spettatore non addormentato”, mi ha spinto a credere che non si sia trattato di un atto dovuto all’esercizio della critica, ma di un atto assolutamente necessario in un momento in cui teorie e metodologie vengono messe in discussione. Mi sono allora chiesto cosa stia accadendo alla critica del terzo millennio. Ho capito che, se esce dalla porta, ovvero dai grandi quotidiani, rientra dalla finestra attraverso internet e i blog. In che maniera ? Con quale professionalità ? Ecco il punto: il critico deve essere considerato uno specialista alla stregua di un cardiologo o di un infettivologo: se la sua professionalità è sostituita da una miriade di interventi di carattere impressionistico, magari si potrà parlare di maggior democrazia nel giudicare, ma certamente si capirà quanto sia venuto a mancare lo spirito professionale, fatto di continuo lavoro, di letture, di presenze, perché un critico vero, anche se non accademico, deve sempre studiare, essendo la sua una professione primaria che rischia di essere sostituita dallo spirito anarchico dei blog e di molta improvvisazione.
Mi chiedo allora se ci sia ancora bisogno di un canone, di una teoria estetica, di un metodo. A queste domande ha dato alcune risposte Antonucci, che vanno messe a confronto con l’attività professionale del critico e con le metodologie estetiche che si sono moltiplicate lungo il secondo millennio con riferimento a Adorno, Marcuse, Ruffini, Bettetini, De Benedetti, ma anche allo strutturalismo, alla semiologia e alla semantica, con i loro complessi impianti teorici che spesso mettono in discussione la stessa figura del critico militante specie quando si trova di fronte a nuove forme teatrali, letterarie, musicali.
Oggi gli apparati e gli strumenti di interpretazione critica sono più conosciuti; le competenze risultano più aggiornate, tanto che ormai sono in parecchi quelli che “leggono” criticamente i nuovi percorsi della scena nazionale e internazionale, oltre che le sue varie forme di scomposizione. A questo punto, credo che il critico debba riscoprire la sua solitudine, l’indipendenza, l’impegno, il coraggio; solo così, potrà riappropriarsi della sua influenza, della sua professione, facendo scelte mirate, capaci di controbattere l’eccesso d’informazione e di proliferazione che tende a uniformare il giudizio. Compito del critico deve continuare ad essere ancora quello di dividere, se non di ostacolare tutto ciò che appare generico e superficiale, come ha dimostrato Antonucci nel suo volume.
“Lo spettatore non addormentato”, di Giovanni Antonucci – Edizioni Studium, 2011 – Euro 16.50- pp.220