La psichiatria e “il fascino stregato” della morte di Antigone. Un gesto estremo che ancora suscita una tenerezza infinita

(di Andrea Bisicchia) – Esistono tante scelte per chi ha deciso di non vivere più. I motivi, a sua volta, possono essere molteplici e di tipo diverso, da quello personale a quello depressivo, per un amore impossibile, per una disperazione improvvisa, oppure di tipo sociale dovuto alla disuguaglianza e alla conseguente povertà, e ancora di tipo politico, per una scelta di libertà. Antigone optò per questa soluzione, benché esistesse una storia familiare tra le più drammatiche, che contribuì a simile scelta.
Eugenio Borgna, noto psichiatra, nel volume edito da Il Mulino: “Antigone e la sua follia”, ha fatto ricorso alla sua disciplina per capire le ferite dell’anima dell’eroina greca, utilizzando la psichiatria come scienza umana, a cui preme l’ascolto e non l’uso dei farmaci, dando, quindi, più attenzione alla dimensione interpersonale della sofferenza.
Con simili intenzioni ha riletto “Antigone”, nella traduzione di Raffaele Cantarella, che si può leggere nel volume, per capire anche cosa, questo personaggio, possa dire alla coscienza di ciascuno di noi, attraverso le emozioni che la tragedia è riuscita a trasmetterci nei secoli e per capire se il gesto della figlia di Edipo e Giocasta, la sorella di Ismene e di Eteocle e Polinice, fosse stato un gesto di saggezza o di follia.
A guidarlo sono stati lo studio della Zambrano, “La rivelazione greca”, e quello di Steiner, “Le Antigoni”, ma soprattutto la definizione che dette il poeta Clemens Brentano (1778-1847) sulla follia, da intendere come sorella della poesia. Esistono altre letture, lo diciamo per i nostri lettori, come quella di Cesare Molinari, “Storia di Antigone”, in cui, partendo dall’archetipo sofocleo, traccia la vicenda del teatro occidentale, o quella di Judith Butler, “Le rivendicazioni di Antigone”, che ne fa un’antenata del femminismo, di chi si batte contro il potere per averne legittimazione.
Simili argomenti non interessano a Borgna che concentra la sua analisi sulla fragilità, sulla tenerezza infinita, sulla disperazione, ovvero su una diversa gamma di emozioni e di sentimenti che hanno accompagnato il gesto di Antigone. Lo fa con lo sguardo e le competenze dello psichiatra che va alla ricerca delle ragioni del cuore, per scoprire il mistero della vita e della morte, ma anche con la consapevolezza che questo archetipo, possa essere visitato con i mezzi offerti da discipline diverse. Allo psichiatra non interessano le ragioni di Stato, bensì le risonanze emozionali che accompagnano i gesti impossibili, oltre che il morire soli, come è accaduto, osserva Borgna, a tanti ammalati di covid. Sono le famose notti oscure che predispongono al suicidio, tema centrale del libro di Borgna che, parafrasando il poeta Celan, suicidatosi lanciandosi nel Tevere, è “l’ora che non ha più sorelle, essendo l’ultima ora della vita”. Antigone, condannata a essere murata viva, preferisce suicidarsi.
Borgna indaga il “fascino stregato” della morte volontaria e lo fa con le parole e le oscillazioni tematiche tipiche della psichiatria, cercando di capire come si possa arrivare al gesto estremo, dopo momenti di angoscia o di improvvisa disperazione, le stesse che si abbattono contro la tenerezza indifesa della giovane che ripete un gesto familiare, visto che la mamma Giocasta si era suicidata, al quale si accompagnano altri due suicidi, quello del fidanzato Emone e della di lui madre Euridice. Tre suicidi consumati nel silenzio.
Gesti di follia? Non proprio, anche se la follia è una esperienza umana e sociale, come dire che non è estranea alla vita, ma che è anche una inquietudine del cuore.

Eugenio Borgna, “ANTIGONE E LA SUA FOLLIA”, Il Mulino 2021, pp. 136, € 14.