La scomparsa di Dario Fo, l’artista che usò satira e sghignazzo “per dileggiare il potere e restituire dignità agli oppressi”

Quadro con dedica di Dario Fo

Quadro con dedica di Dario Fo

MILANO, giovedì 13 ottobre – È morto oggi, all’età di 90 anni, Dario Fo, dei quali una settantina dedicati al teatro. Era ricoverato da alcuni giorni all’Ospedale Sacco di Milano a causa di problemi polmonari. “LoSpettacoliere” si unisce al cordoglio unanime del mondo del teatro, della pittura, della letteratura (Premio Nobel 1997).

I suoi lavori teatrali sono stati rappresentati con successo in tutto il mondo. Famoso per la sua satira politica e sociale, appassionato e impegnato uomo di sinistra, fu artefice, insieme con la moglie Franca Rame, scomparsa nel 2013, di celebri giullarate, nelle quali si esibiva in quel suo insuperabile sghignazzo satirico, anche con fantasiose rielaborazioni di testi antichi in grammelot. Si trattava di un linguaggio teatrale inventato, una specie di universale esperanto della ilarità, in cui fondeva dialetti e lingue con irresistibili effetti comici. Ne fece uno strumento stilistico di memorabili spettacoli, soprattutto in quel “Mistero Buffo” degli anni Sessanta, che continuò a rappresentare come un suo personale vessillo d’arte teatrale fino all’estate scorsa.
Nella sua evoluzione artistica preferì tuttavia accentuare la farsa e l’impegno civile (“Morte accidentale di un anarchico”, 1970), passando dal cosiddetto teatro borghese al teatro per il popolo.
Quando ricevette il Premio Nobel, commentò: “Con me hanno voluto premiare tutta la gente di teatro”. Ma le intenzioni del Premio andavano oltre. La motivazione, con oculata chiarezza, diceva: “… Seguendo la tradizione dei giullari medievali, dileggia il potere restituendo dignità agli oppressi…”
Potrebbe degnamente apparire sulla sua tomba.
Personalmente, conobbi Dario Fo in un’occasione teatrale da… incidente diplomatico.
All’inizio degli anni Settanta, durante l’intervallo di uno spettacolo teatrale al quale assisteva anche Dario Fo, gli fui presentato da un comune amico, che gli volle specificare, con una punta di malizia, il giornale di destra nel quale allora lavoravo: “Ti presento Paganini…”, e Dario, con un sorriso giovialmente canzonatorio: “Che peccato!”
L’episodio ebbe un seguito. Di lì a qualche giorno ricevetti un grosso pacco. Conteneva un suo quadro, con una dedica. Da medaglia al merito.
Paolo A. Paganini