La sfida del “Covid” alla nostra spregiudicata civiltà, cinica e degenerata. Bisognerà guardare a un nuovo umanesimo

(di Andrea Bisicchia) Ciò che colpisce dell’ultimo libro di Edgar Morin: “Cambiamo strada. Le 15 lezioni sul Coronavirus”, edito da Cortina, è la lucidità dello studioso che, alla soglia dei cent’anni, conferma la sua capacità di indagare il presente con una analisi tagliente e con audaci interpretazioni. Il presente non poteva che essere quello del Covid, che egli cerca di spiegare in 15 lezioni, non certo improntate a conoscenze mediche, bensì sociologiche, che riguardano l’uomo, nel suo ambiente sociale, vittima del nuovo flagello, dinanzi al quale, non può rimanere indifferente.
Morin si occupa della natura della crisi che reputa più grave di quella del 1929 e di quella del 2008, una crisi che ha coinvolto la scienza, oltre che l’intelligenza umana e che comporta una serie di sfide, abbinate a nuove forme di resistenza che dovrà, prima di tutto, essere intellettuale più che politica. Si tratta di sfide che riguardano l’esistenza, la globalizzazione, l’ecologia, il digitale, l’economia finanziaria, quella, in particolare, delle potenze farmaceutiche, pronte a mettere in atto i loro piani con la creazione di un possibile vaccino.
Per cambiare strada, l’autore invita a pensare a un nuovo “progetto di civiltà” che comporta una nuova nozione di umanesimo rigenerato dalla consapevolezza che si debba inventare un futuro diverso, meno degenerativo.
La degenerazione, secondo Morin, ha raggiunto il massimo per la carenza degli Stati, per il predominio di burocratizzazioni moleste, per un feroce parassitismo, ma, soprattutto, per il cinismo delle lobby finanziarie, per l’affermarsi di nuove oligarchie economiche e per un liberismo che ha generato una competitività subdola, migliorando l’assetto economico, a cui, però, sono seguiti sprechi e sperperi, conseguenza del consumismo spietato che ha favorito l’abbassamento della qualità della vita e l’aumento dell’intossicazione sociale.
Proprio nel momento in cui la disumanità sembra aver preso il sopravvento, Morin invoca il ritorno all’umanesimo che non vuol dire aspirare a un mondo più armonico, ma prendere consapevolezza del proprio essere effimero e comportarsi di conseguenza. Cambiare rotta vuol anche dire rigenerare la politica, liberarla dall’affarismo, dalle dipendenze dei grandi trust finanziari, ricordare che la vita va incontro a epidemie sempre più nocive e che il mondo globalizzato deve sottoporsi a una deglobalizzazione.
Morin ricorda che la Storia è fatta di grandezze, di crimini, di schiavitù, di sottomissioni, di creazioni e distruzioni, di fortuna e sfortuna e che la politica, spesso, ne è succube tanto da mettersi al rimorchio degli eventi, sempre più difficili, quando dovranno rispondere agli eccessi dell’economia che quantifica tutto e disumanizza ciò che tocca, specie se trattasi di economia liberista, fonte di ogni precipizio. Le società si trovano, pertanto, ad affrontare avventure sempre più inaudite, mentre le protezioni diventano sempre meno efficienti.
Di una cosa Morin sembra essere consapevole: che l’umanità è “in modo nuovo soggetto e oggetto della relazione inestricabile tra ciò che unisce (Eros), da un lato, e ciò che divide (Polemos) e distrugge (Thanatos), dall’altro”.

Edgar Morin, “Cambiamo strada. Le 15 lezioni del Coronavirus” – Editore Cortina 2020 – pp. 118 –  € 11.