La solitudine, il sogno, l’amore di Dostoevskij, trasfigurati dai meccanismi tecnologici della televisione e del video-live

BAGNACAVALLO (RA), martedì 23 gennaio ► (di Andrea Bisicchia) Sulle pagine di questo giornale ci siamo più volte occupati del rapporto tra testo letterario e testo drammatico, ovvero delle continue incursioni di racconti e romanzi sul palcoscenico attraverso un lavoro di drammaturgia. Abbiamo fatto parecchi esempi di simili incursioni ed abbiamo indicato, come motivo di tali rielaborazioni, un senso di stanchezza nei confronti del testo teatrale, sconfessando chi dice che la drammaturgia italiana sia in crisi, perché i giovani autori sono tanti e stanno riscuotendo un certo successo anche nei Teatri Stabili e non solo in quelli di innovazione.
Abbiamo visto, lunedì 22 gennaio, al Teatro Goldoni di Bagnacavallo, “Notti” della Compagnia Slowmachine di Bolzano, presente nel programma “Teatri di inverno. Sguardi sulla drammaturgia contemporanea”, ideato da Accademia Perduta/ RomagnaTeatri.
Si tratta di una versione delle “Notti bianche” di Dostoevskij, ridotta da Elena Strada che ne è interprete insieme a Ruggero Franceschini e Alberto Baraghini, con la regia di Rajeev Badhan. Molti di noi hanno in mente il film di Visconti, con Marcello Mastroianni e Maria Schell, e ben conoscono la trama del racconto che ha per protagonista una sedicenne, innamorata di un ragazzo che, per motivi di lavoro, si trasferisce in un’altra città, dopo averle promesso che sarebbe tornato. Passa il tempo, la giovane vive in solitudine e, per caso, incontra un “sognatore” che la salva da un ubriaco e che comincerà a frequentarla, sempre di notte, alla stessa ora, fino a provare un sentimento d’amore che lei avrebbe anche ricambiato se non fosse arrivato il giovane promesso.
Questa materia viene utilizzata nello spettacolo in maniera originale, attraverso parallelismi che utilizzano forme diverse di comunicazione che si avvale della scena, per assoggettarla ad operazioni che fanno un uso ben finalizzato del video, oltre che del video- live che permette di alternare immagini registrate con immagini in diretta, attraverso le quali il racconto viene trasmesso con dei primi piani proiettati sullo schermo, mentre sulla scena si nota una cucina dove si sta preparando un risotto e dove i tre interpreti discutono su come rappresentare le “Notti “, bianche anche per loro, perché cercano, in tutti i modi, di trovare una idea innovativa per la messinscena. Durante la preparazione della cena, i loro interventi assumono anche un carattere saggistico con cui affrontano i temi della solitudine, del sogno, dell’amore, temi centrali del racconto, tanto che ne viene fuori una discussione sul rapporto tra l’amore come era concepito un tempo, prima dello sfaldamento sociale, e l’amore di oggi che si continua a sfaldare e a diventare sempre più “liquido”.
Nei loro interventi si notano parole prese in prestito dal saggio di Bauman “L’amore liquido”, ma siccome le teorizzazioni vengono “espulse” dalla scena, il regista Rajeev Badhan, con laurea in Progettazione delle Arti Visive, vira la sua interpretazione verso il rapporto tra parola e immagine, ovvero verso un uso linguistico del video- live che, a sua volta, crea un suo particolare movimento e una sua creazione dinamica che entra in contrasto con quella statica della scena e che permette livelli diversi di lettura.
I corpi degli attori vengono fagocitati dal meccanismo tecnologico e visivo per essere trasformati in immagine, mentre l’immagine rende fisici i loro corpi. In tal modo lo schermo doppia il palcoscenico, evitando la facile caduta nella recitazione naturalistica e creando quel distacco necessario alla riflessione, già invocato da Brecht con i suoi siparietti, perché l’azione diventi frutto di una interazione con le immagini. In tal modo, il testo diventa uno strumento per mettere in pratica una operazione di tipo metateatrale che si differenzia, grazie all’uso della tecnologia, da quella inventata da Pirandello.
C’è da dire che lo spettacolo, che ha debuttato al Menotti, è stato un po’ snobbato, forse perché c’è troppo teatro a Milano, e non tutto può essere seguito a dovere,