“La suora, la sposa, la puttana”: travolte dalle guerre. Ma ciascuna troverà l’arte di sopravvivere. Al Piccolo di Forlì

Forlì, sabato 23 dicembre ► (di Andrea Bisicchia) – Nel panorama delle nuove Compagnie e delle nuove drammaturgie, occupano un posto particolare la “ditta” Fallongo-Caputo e l’autrice di “Letizia va alla guerra. La suora, la sposa, la puttana”, di Agnese Fallongo, guidati, registicamente, da Adriano Evangelisti. La particolarità consiste nella ricerca di una propria specificità che riguarda sia la lingua scritta che quella scenica, sia nel modo inconsueto di usarle. La lingua scritta è il risultato di un intenso lavoro, fatto da entrambi, sui dialetti, da quello romano a quelli siciliano, veneto, campano , molisano, mentre la lingua scenica risente di un lavoro di scarnificazione che consiste nel ridurre all’osso l’apparato scenografico per dare maggiore spazio a quello simbolico e maggiore libertà all’uso del corpo e della voce e, nello stesso tempo, di  poter partire da una situazione reale per trasfigurarla nelle situazioni emblematiche di una realtà molto più vasta che riguarda le Regioni d’Italia.
“Letizia va alla guerra. La suora , la sposa, la puttana”, che abbiamo visto al Piccolo di Forlì e che i milanesi potranno vedere, a marzo, al Teatro Franco Parenti, fa parte di una trilogia composta da “Fino alle stelle” e “I mezzalira”,  che offre il ritratto di una Italia, forse, un po’ dimenticata, quella dei piccoli borghi regionali, tipici del dopoguerra, che rimandano al film della Cortellesi, “C’è ancora domani”, anche per l’uso di un realismo che tende alla poesia, alla liricità e alla comicità.
Lo spettacolo, accolto dal pubblico del Piccolo, per la Rassegna “Teatri d’Inverno, sguardi sulla drammaturgia contemporanea”, ideata da Accademia Perduta Romagna/Teatri,  ha per protagoniste tre figure femminili, tre donne del popolo che hanno lo stesso nome e che vedranno le loro vite sconvolte dalle guerre, quella del primo conflitto bellico 1915-18, vissuta dalla appena sposata Letizia che, però, si è limitata a dare un bacio al giovane marito, spedito in trincea, senza aver potuto consumare il matrimonio. Lei vive in Sicilia, in attesa di notizie che non arrivano e che “si vota e si rivota” anche per le sue smanie sessuali che ha dovuto rimandare. Decide, allora, di raggiungere suo marito Michele, ma nessuno sa dove si trovi, tanto che, per vivere, si arrabatta, diventando portatrice di gerle.
La storia è raccontata con la formula del teatro canzone, grazie all’accompagnamento, per chitarra, di Tiziano Caputo che, a sua volta, diventa “la spalla” della Fallongo nella creazione di duetti comici che trasformano la drammaticità dell’argomento, in situazioni, a volte, esilaranti.
Letizia è anche la protagonista della puttana che, per vivere, a causa della povertà, conseguenza del secondo conflitto bellico che sta per avvenire, è costretta a prostituirsi. Per anni è vissuta, da orfana, dalle suore, a Littoria, raggiunta la maggiore età, è andata a vivere con una zia che, molto probabilmente, l’ha destinata sulla strada. È sempre allegra, disinvolta e, quando si trova con qualche giovane inesperto, cerca in tutti i modi, di avviarlo alla consumazione dell’atto sessuale. Non c’è un minimo di volgarità nello spettacolo, anche le situazioni che sembrano più disperate, diventano oggetto di una comicità sorniona, accattivante, arricchita dal dialetto, recitato con accenti perfetti, anche quello veneto, utilizzato per il personaggio della suora che ha preso i voti in tarda età e che, scopriremo, diventerà l’anello di collegamento di queste donne, così simili, nella costruzione scenica e così diverse nella vita.
Nello spettacolo, un posto particolare occupano le musiche e le canzoni popolari che vengono eseguite, dal vivo, sia dalla Fallongo che da Caputo che ne è anche il raccoglitore, oltre che l’autore di quelle inedite.  A guardar bene, si nota, nella ricerca di entrambi, guidati con sapiente arguzia da Adriano Evangeslisti, una attenzione di tipo antropologico, perché non si limitano a rappresentarci la solita storia degli ultimi, ma cercano di addentrarsi nel tessuto di una Italia regionale che, pian piano, diventa il ritratto di un’Italia nazionale, o meglio, di una generazione che non sa ancora come affrontare il futuro e in che modo poter dare concretezza ai suoi sogni di gioventù, gli stessi che mischia alle difficoltà e alle incertezze della vita, così come  i due attori-cantanti mischiano il dialetto siciliano con quello veneto o i rapporti tra tante piccole famiglie che cercano ogni espediente per non naufragare.
Da molto lontano, si avverte il boom che arriverà un decennio dopo.
Dicevamo, all’inizio, del posto particolare che la giovane compagnia occupa nel teatro italiano, ebbene, prodotta dal Teatro Degli Incamminati, credo che sia la sola ad essere in scena, con la trilogia, per una stagione intera, da ottobre a maggio, un evento che va, certamente, sottolineato.