La vera storia di Robin Cavendish. Perché la vita è coraggio e volontà. E perché davvero l’amore vince anche la morte

(di Patrizia Pedrazzini) Inghilterra, anni Cinquanta. Robin e Diana sono due giovani benestanti. A una festa in campagna si incontrano. Lui è bello, carismatico e avventuroso. Lei la ragazza più affascinante e corteggiata della compagnia. Si innamorano. Si sposano. E subito partono per il Kenia, dove lui lavora come intermediario nel commercio del tè. Diana rimane presto incinta ed è seduta col pancione nel giardino della villa coloniale nella quale la coppia vive, circondata da buoni e sinceri amici, quando lui, mentre gioca a tennis, si sente male. Poche ore e un altro malore. La corsa all’ospedale, la paralisi alle braccia e alle gambe, poi ai polmoni. La tracheotomia. Il responso dei medici: poliomielite. Tre mesi al massimo di vita, e meglio così.
Ma non è così che andrà. Perché Robin, immobile su un letto e attaccato a un respiratore, all’inizio desidera sì morire, ma Diana non ci sta. Non accetta il verdetto dei medici, vuole che il marito veda almeno il loro figlio nascere. Appartiene a quella categoria di donne che fanno di testa loro. Contro il parere del primario, Robin lascia così l’ospedale, e va a vivere nella casetta che lei gli ha attrezzato: letto speciale, respiratore e, più avanti, una particolare carrozzina collegata a un respiratore portatile realizzata per lui da un amico. Così potrà uscire, viaggiare, vedere il mondo. E insieme a Diana, al loro bambino e al cane, lo farà. Su di un furgone appositamente modificato. Memorabile la notte trascorsa ai margini di un arido altopiano nel cuore della Spagna, bloccati per problemi tecnici, con mezzo paese intorno a loro a mangiare, bere, ballare e far festa al suono delle nacchere. Pronti a tutto, tranne che a considerarsi prigionieri della sofferenza.
Aveva 27 anni, Robin, quando gli diedero tre mesi di vita. Morirà a 64, nel 1994, quando, con Diana, deciderà che a un certo punto basta, a un certo punto si può, e si deve, accettare il proprio destino. E andare.
Sorta di celebrazione delle infinite possibilità dell’essere umano, “Ogni tuo respiro” è diretto dal britannico Andy Serkis, qui all’esordio dietro la macchina da presa, tuttavia noto soprattutto per aver interpretato il personaggio di Gollum ne “Il Signore degli Anelli”, e racconta la vera storia dei genitori del produttore cinematografico Jonathan Cavendish.
Nei panni di Robin, Andrew Garfield (“La battaglia di Hacksaw Ridge”, “Silence”), in quelli di Diana, Claire Foy (Golden Globe per la serie tv “The Crown” e Anna Bolena nella miniserie  “Wolf Hall”), entrambi bravissimi nel trasformare una triste storia di disabilità in una crociata, non solo personale (Robin diventerà un attivista dei diritti dei disabili), insieme intrepida e commovente. Con determinazione, ma anche con la gentilezza e il sorriso, e sempre con quell’indispensabile tocco di leggerezza e di (molto inglese) sense of humour in grado di ribaltare anche i momenti peggiori. Al punto che il contrasto fra la prima parte del film, fatta di giovinezza, salute e bellezza, e la seconda, ostaggio della malattia e del dolore (inclusa la sofferta scelta dell’eutanasia), si avverte appena. I titoli di coda mostrano le reali immagini del matrimonio, dei viaggi, della vita e dell’amore di Robin e Diana.

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