Le neuroscienze hanno cambiato il nostro modo di ridere? Com’è mutata la comicità? Problemi linguistici e sociali

(di Andrea Bisicchia) – Della comicità si sono interessati filosofi, sociologi, psicoanalisti, commediografi, antropologi, come dire che far ridere è qualcosa di molto serio.
Oggi sono i neuroscienziati ad interessarsi del fenomeno e a dirci come la mente sia capace di elaborare il riso. A dircelo è Mirella Manfredi in “Il cervello che ride. Neuroscienze dell’umorismo”, edito da Carrocci.
Lo utilizzeremo non per recensirlo, ma per capire come si sono evoluti gli studi tra il secondo e il terzo millennio, da Bergson, autore di “Il riso”, a Pirandello, autore di L’Umorismo”, a Freud, autore del “Motto di spirito”, diventati dei classici. È chiaro che gli studi sull’argomento successivamente hanno intrapreso strade diverse, a cominciare da Propp: “Comicità e riso”, Einaudi, a Lucie Tyteca “Il comico del discorso”, Feltrinelli, a Davide Le Btreton: “Ridere”, Cortina.
Si tratta di approcci diversi, Propp ha preferito il metodo induttivo, basato su raccolte e sistemazioni di materiali attinenti alla comicità, che vanno dal Circo al Varietà, al Cinema, agli stralci della vita quotidiana, e al linguaggio.
Lucie Tyteca ha inserito il comico all’interno del Formalismo, studiandone gli aneddoti, le battute, per riscoprirne la portata sociologica, mentre l’impatto di Le Breton con la comicità è stato di natura antropologica, dato che la sua indagine è partita dall’analisi dei gruppi sociali in cui si erano sviluppate forme del comico che appartenevano all’allegria, allo scherno, all’ironia, all’aggressività. Come dire che, nel contesto culturale di un popolo, ciascuno ha un proprio modo di elaborare il lutto, così’ come ne ha uno per elaborare la comicità.
Oggi, Mirella Manfredi ci fa sapere che l’umorismo non è più il sentimento del contrario, come lo intendeva Pirandello, bensì come un complesso di funzioni neurocognitive che sono il segno evidente della bontà dei nostri geni, ed aggiunge che se noi siamo capaci di umorismo è perché siamo animali linguistici. Insomma, per far ridere, il linguaggio viene prima di tutto, essendo capace di riprodurre le condizioni sociali in cui si è formato.

Se veniamo al teatro, in particolare a quello italiano, e vogliamo capirne gli sviluppi, constatiamo che le origini della comicità occorre rintracciarle nel genere farsesco, convinti che anche i Comici dell’Arte facessero ricorso alla farsa. Attori come Petito, Scarpetta, Musco e, successivamente Eduardo, ne avevano fatto un ottimo uso.

Poi arrivarono le formule del “Grottesco”, dell’”Umorismo“, dell’Assurdo di Campanile, che cercarono di dare alla comicità un aspetto intellettuale.

Nel frattempo, si inserisce la Rivista trasformandolo in un genere che alternava il basso e l’alto comico, da Totò a Fabrizi, a Peppino, Macario, Rascel, Dapporto.

Successivamente fu la volta della Commedia Brillante con Gino Bramieri, Walter Chiari, Vianello-Mondaini, Panelli-Valori, un genere che si alternò con la Commedia Satirica di Parenti, Durano, Fo, anche se quest’ultimo, dopo, sceglierà le Giullarate.

La comicità degli anni Settanta ebbe percorsi diversi, ben individuati da Eva Marinai nel volume “Comicità negli anni Settanta “edito da ETS, in cui viene ricordato l’apporto dei Gobbi, di Franca Valeri e Vittorio Caprioli, oltre che di Villaggio, Benigni, dello stesso Gasmann ed altri. Erano personaggi che provenivano dal teatro, invitati nei grandi varietà televisivi.

Oggi, accade il contrario, la comicità nasce negli studi televisivi, con la Stand Up Comedy, un genere che ha un suo pubblico affezionato che si accontenta di battute spesso volgari che attingono alla sessualità superficiale, al dileggio di personaggi politici, a molte scempiaggini improvvisate che navigano in superficie.

Dicevamo che la comicità è specchio dei tempi, ebbene, questi, purtroppo, sono i nostri tempi. Forse si tratta del lato oscuro della comicità, che corrisponde a quello di un permanente carnevale, ben analizzato da Guido Vitiello in “Jaker scatenato. Il lato oscuro della comicità”, Feltrinelli.

Allora, cosa manca alla comicità di oggi? L’ambiguità, la delicatezza, l’implicito, sostituiti dal gesto scurrile, dalle parole sboccate, dalla trivialità, dalla esibizione volgare. Ci sarà chi ne scriverà un saggio?