(di Andrea Bisicchia) – In questi ultimi anni abbiamo visto centinaia di spettacoli, forse perché tanti sono autoproduzioni per un solo attore, che costano poco, ma che, a parte qualche eccezione, durano anche poco. Qualcuno viene proposto persino da alcuni Teatri Stabili che però, dopo il debutto, lo abbandonano.
Si tratta, quindi, di un teatro che non dura e che, pertanto, può essere definito “effimero”.
Eppure, non si può non notare il fenomeno dell’abbondanza che coinvolge giovani attori e giovani registi, i quali hanno scelto di fare teatro per esistere, anche nella forma dell’effimero, ma che mi ha fatto pensare a un periodo particolare degli anni Settanta, quando l’Assessore alla Cultura del Comune di Roma coniò questo termine per giustificare l’Estate Romana (1979) che, a quei tempi, fece molto discutere, tanto che, due anni dopo, fu pubblicato dalla Casa Usher il volume di Renato Nicolini, Franco Purini, “L’effimero teatrale”.
Chiediamoci, allora, cosa sia l’effimero, la risposta potrebbe essere: qualcosa che, nel momento in cui nasce, ha deciso di non durare. Eccoci al punto oggi come allora, al teatro manca la durata, quella che secondo Bergson introduce il concetto di percezione coscienziale, che abbiamo dentro di noi, che però non corrisponde al vissuto, bensì al risultato di ciò che è vissuto nella nostra coscienza, ovvero al nostro tempo interiore. Per il teatro, il vissuto coincide con ciò che accade sul palcoscenico, la cui durata consiste proprio nel quanto tempo vi rimane.
Per Nicolini, l’effimero era collegato allo sviluppo della comunicazione di massa, per cui un qualcosa esiste se continua ad esistere nella comunicazione, nel caso contrario svanisce. Il tentativo di Nicolini fu quello di teorizzare quanto era accaduto alla fine degli anni Settanta, dopo il successo del Teatro delle Cantine che ebbe, se vogliamo, una vita effimera rispetto a quella delle Cooperative, la cui esistenza è arrivata ai giorni nostri, vedi la storia del Franco Parenti o dell’Elfo-Puccini, il cui perdurare dimostra la differenza tra Milano, rimasta città illuminista, e Roma, città estetizzante.
Sempre negli anni Settanta si giustificavano le nuove idee, facendo riferimento alle politiche culturali, quando ancora avevano un valore, perché sorrette dalle ideologie. Anche oggi si usa la stessa formula, solo che le società sono mutate e, con esse, il concetto di cultura che rasenta, ormai, la retorica, perché privo di un sistema di pensiero, oltre che della presenza di intellettuali interessati e di quell’esercizio critico che permetteva una forma di dialettica tra ciò che veniva proposto e ciò che veniva rielaborato dall’attività critica.
Dicevamo che Nicolini metteva in relazione l’effimero con la comunicazione che allora intendeva essere un contributo alla conoscenza, perché informare voleva dire evidenziare il concetto di artisticità, il quale coincideva con lo statuto culturale di quei tempi, quando si andava in cerca del meraviglioso urbano, quando i registi lavoravano a contatto con gli architetti, vedi il rapporto tra Perlini e Aglioti, Nicolini e Purini, Ronconi e Gae Aulenti, quando si reinventavano spazi e nuovi dispositivi spettacolari, quando si facevano convivere luce naturale con luce industriale, quando l’uso dell’immagine assumeva un valore concettuale.
Il volume, a cui ho fatto riferimento, è un contributo per capire meglio quanto era avvenuto dopo che l’Avanguardia Romana era scomparsa, forse perché non sapeva dove volesse andare. In fondo, il vero effimero lo si capisce quando una rivoluzione artistica ha concluso la sua fase creativa, quando si appresta ad essere superata, proprio perché diventata parziale e incapace di rappresentare la totalità.
Oggi l’abbondanza di proposte artistiche è priva di qualsiasi forma ideologica, ovvero di idee che possano configurarla, che possano attribuirle una autenticità. Tale assenza la indirizza, sempre più, nella categoria del superfluo. Siamo passati dalla società di massa, di cui parlava Nicolini, alla massificazione della società.
Renato Nicolini, Franco Purini: “L’effimero teatrale”, Edito da La Casa Usher 1981 (edizione fuori commercio, mercato dell’usato)








