(di Andrea Bisicchia) – In queste ultime settimane ho letto alcune dichiarazioni degli ultimi Maestri della Regia Critica, come Andrée Ruth Shammah e Gabriele Lavia, sul potere della parola a teatro, contro ogni forma di camuffamento, di degressione, di connessione, di infingimenti.
Non si tratta, certo, della parola banale, superficiale, improvvisata, priva di senso, ma della parola come fondamento dell’Essere. Una parola senza intrecci, ma pura che, appena detta, si trasforma in azione e, quindi, in teatro.
C’è da dire che, con la nuova Presidenza della Biennale Teatro di Venezia, la parola, quella addirittura mistica di Eckart, con lo spettacolo, andato in scena nel “portego” della Scuola Grande di San Marco, “Expositio Sancti Evangelii secundum Iohannem”, è tornata al centro dell’interesse, dopo tanto Teatro Performativo.
C’è, però, chi ha osservato che, per interpretare il presente, il teatro ha bisogno di connessioni con altre forme di comunicazione, in particolare con quelle della Visione, delle Immagini, oppure con altre scienze, come la sociologia, la tecnologia, tanto che sul palcoscenico si svolgono delle indagini, più che delle rappresentazioni.
Un posto particolare sta occupando il Teatro Documento, ben diverso, però, da quello degli anni Settanta, costruito su veri documenti storici e non sulla cronaca, essendo quello di oggi progettato su interviste a persone che vivono l’oppressione politica e quella del lavoro che, da registi come Milo Rau, vengono chiamati a interpretare i ruoli che occupano nella vita.
Anche la Compagnia Kepler 452, con lo spettacolo “A place of safety”, sul problema del soccorso in mare degli emigranti, ha portato in scena operatori umanitari veri, trasformati in interpreti del proprio ruolo, al di là del professionismo che si richiede a un attore.
Sono spettacoli che suscitano interessi, partecipazioni e applausi, che cercano di conciliare le immagini con la parola, anche se si tratta di una parola contaminata da eventi reali e non di quella che magari è capace di sublimarli con l’apporto della invenzione linguistica che, pur attingendo al reale, le concede lo spazio della finzione, per il suo potere enigmatico, metaforico, allusivo, e per la sua capacità di creare dubbi, interrogativi, insomma di non concedere delle certezze, proprio perché, dietro le parole, c’è quel mondo misterioso che diventa il contenitore, dentro il quale si formano le idee.
Il teatro di parola è questo, è un teatro depurato dal superfluo, dove si mettono a confronto le idee che vengono incarnate dai personaggi, alle quali, danno voce e corpo gli attori.
Qualcuno obietta che questo teatro, anche se costruito sulla parola, risenta di un eccesso formale, oltre che estetico. È vero che il teatro, al di là di ogni forma, ama manifestarsi nel suo accadere, come a dire che secondo la teoria espressa nel “Tractatus” da Wittgenstein esiste tutto ciò che accade, è vero anche che ogni sera sui palcoscenici di tutto il mondo accade qualcosa, proprio perché la vita si manifesta nel suo accadere che diventa l’argomento utilizzato dalla parola, con i suoi enigmi e le sue ambiguità.
Insomma, è la parola che ha il potere di entrare nell’abisso dell’anima che diventa oggetto di drammatizzazione, grazie al suo influsso immaginativo e alla sua potenza rappresentativa.
L’enigma della parola. In un teatro sempre alla ricerca di connessioni, con altre forme d’arte e di comunicazione
31 Marzo 2025 by








