Les Bonnes (Le Serve). E Genet rivela, attraverso un gioco perverso di travestimenti, la sua anima inquieta e disperata

MILANO, mercoledì 3 novembre ► (di Paolo A. Paganini) – In un affascinante gioco di rimandi, e di inesauribili suggestioni, è sempre rivelatore il collegamento tra l’opera e il carattere del suo creatore. L’opera non nasconde ma rivela quieti fondali o imperscrutabili abissi di anime perse o tormentate, che tanto o poco emergono in riconoscibili identità di geni pur segnati dal destino.
Qualche esempio rivelatore.
Quante ferite dell’anima poetica, tra fiori del male, paradisi artificiali, fasulli chiari di luna, canzoni d’autunno, emergono in controluce portando alla luce le vite e gli eccessi, le tristezze e le malinconie e le allucinazioni e le follie di esistenze smarrite fra le nebbie delle droghe o tra i fumi dell’alcool. Ma che capitoli maestosamente esaltanti i racconti in controluce e le confessioni di tanti poeti maledetti, da Rimbaud a Verlaine, da Baudelaire, da Mallarmé, che tuttavia segnarono la storia e il rinnovamento dell’arte moderna.
Come per Jean Genet.
Nato a Parigi nel 1910, abbandonato dalla madre, venne raccolto dalla pubblica assistenza. Di carattere docile e istintivo, a dieci anni fu scoperto a rubare nella casa dove era stato ospitato. Il vizio del furto non lo abbandonerà più. A quindici anni fu inviato per tre anni in una colonia correzionale. Ne uscì con un insanabile senso di colpa e soprattutto sprezzante dei valori costituiti. Si arruolò nella Legione Straniera, per poi fuggirsene a Marsiglia, dove visse di espedienti e di prostituzione omosessuale. Nel 1932 lo ritroviamo a Barcellona, dove frequenta vagabondi e deviati sessuali. Poi, via via, lo ritroviamo in Italia, Jugoslavia, Autria, Cecoslovacchia, Polonia, sempre e dappertutto passando dal furto alla prigione.
Ma nel 1940 cominciò a scrivere.
I prodigi dell’arte. E la sua nuova via di redenzione (e ch’ella mi creda libero e lontano, Puccini, “La fanciulla del West”).
Nel 1946, “Miracle de la Rose”, nel 1947 “Les Bonnes” (Le serve). E poi “Le Balcon” (1957). E da qui in poi sempre più preso dal demone della scrittura. “Les Nègres” (1959), “Les Paravents” (1961)… E, via via, opere teatrali e traduzioni in tutto il mondo, dall’Inghilterra, agli Stati Uniti, alla Germania…
Muore nel 1986, a Parigi.
Ora, “Les Bonnes”, Le serve, sono in scena all’Out Off, in una scenografia surreale di Andrea Piazza, che firma anche la regia e i costumi. Alcuni titoli di testa, o proiettati sul fondale, spiegano anche luogo suppellettili e mobili di una scena che non esiste. Ma fa lo stesso. La potenza della parola vince su qualsiasi altra sovrastruttura, pur apprezzando, senza una reale necessità drammaturgica, i magnifici seni di Giulia Amato e Maria Canal (le serve Claire e Solange). Terza interprete, severamente vestita, senza altre esibizioni anatomiche, Monica Bonomi (Madame).
L’opera, dicevamo, specie questa (90 minuti senza intervallo), rispecchia tutte le ansie, i complessi, il desiderio di rivalsa, la sua propensione per gli umili, e per il loro riscatto, che Genet qui rivela. Come un cancro che sempre più corrode le anime candide ed infantili delle due sorelle Claire e Solange.
Quando Madame, la borghesuccia e un po’ cocotte padrona di casa, se ne esce, le due serve ne approfittano per indossare gli abiti di Madame, nel gioco, dapprima ingenuo, e poi sempre più perverso, di simulare il rapporto serva/padrona. Finché la realtà prevarrà sul gioco. E, infine, si prefigurerà un triste e tragico destino. In fondo è sempre la vita che si gioca tutto. E la vince sempre lei. Fine del gioco.
Quando vedemmo “Le serve” al Teatro Lirico di Milano, nel 1990 (in scena: Anita Bartolucci, Paola Mannoni e Lucilla Morlacchi, regia di Massimo Castri), l’ambientazione era rispettosa delle didascalie dell’autore. Non ci dispiaceva. Come non ci dispiacque l’intervento nel programma di sala del caro e indimenticato Ettore Capriolo, dal titolo “L’urgenza implacabile della realtà”:
È quasi un luogo comune della critica richiamare, a proposito delle Serve e in genere dei drammi di Genet, due immagini: quella di una sorta di cerimonia rituale, quasi di una messa nera, apparentabile con il teatro della crudeltà di Artaud, e quella di un salone di specchi dove realtà e illusione si mescolano e si confondono con modalità che, differenze di linguaggio a parte, richiamano il grande modello pirandelliano…”
Parole auree. Condividiamo.
Grande successo finale di pubblico, specie per le Bonnes, pur nelle due diverse gamme di recitazione. Sala quasi esaurita.
Si replica fino a domenica 21 novembre.