L’eterno dissidio tra massimalisti e riformisti. E, in cento anni di ammucchiate e rifondazioni, arrivò anche la fine del PCI

(di Andrea Bisicchia) In occasione del centenario della nascita del PCI, avvenuta dalla scissione verificatasi al Congresso socialista di Livorno, sono stati pubblicati numerosi volumi che hanno aperto un ampio dibattito sulla storia di questo partito, dal libro di Ezio Mauro, “La dannazione – 1921. La sinistra divisa all’alba del fascismo” (Feltrinelli), a quello di Marcello Sorgi e Mario Pendinelli: “Quando c’erano i comunisti. I cento anni del PCI fra cronaca e storia” (Marsilio), a quello di Luciano Canfora, “La metamorfosi” (Laterza).
Il più recente è quello di Paolo Pombeni, “Sinistre – Un secolo di divisioni”, edito da Il Mulino. L’autore è Professore Emerito preso il Dipartimento di Storie Politiche dell’Università di Bologna, il cui contributo si raccomanda per la chiarezza espositiva, frutto di conoscenze e competenze, ma anche per il motivo tematico che sta a base del suo metodo di lavoro e che riguarda la storia del rapporto tra Massimalismo e Riformismo, diventato, all’interno della sinistra, fonte di incontri e di scontri.
A dire il vero, le due correnti avevano già caratterizzato la storia del PSI, quindi, quando si arriva al Congresso di Livorno, la scissione era già in aria. Del resto, Antonio Gramsci, in un articolo apparso su “Ordine nuovo”, un anno prima, l’aveva già annunziata, sin dal titolo: “Scissione o sfacelo”, in cui attaccava i socialcomunisti unitari, contrari alla scissione. Gramsci riteneva “l’unitarismo” un “maleficio occulto” che non prendeva atto della crisi rivoluzionaria che il popolo italiano stava attraversando e che, pertanto, bisognava rifare tutto per evitare lo sfacelo, inoltre era convinto che gli unitari avrebbero sfasciato il partito e determinato la fine della rivoluzione. C’è da dire che, nel 1920, il Comintern, durante il secondo congresso dell’Internazionale Comunista, avevo posto come condizione l’espulsione dei riformisti, problema che fu all’ordine del giorno del Congresso di Livorno, durante il quale, furono in molti a considerare eccessiva quella pretesa, persino lo scissionista Bordiga che si battè, subito dopo, contro l’egemonia stalinista della Terza Internazionale, pur aderendo all’idea del partito rivoluzionario, per questo motivo ebbe vita difficile, tanto che due anni dopo fu sostituito da Gramsci alla guida del partito.
Paolo Pombeni, parte da questa situazione, per accompagnare il lettore lungo un secolo che distribuisce in otto capitoli, brevi, ma intensi, che vanno dalla scissione, avvenuta all’ombra di Lenin, per passare allo scontro tra Socialfascismo e Fronte Popolare, quando avviene la nascita del PSU, guidato da Matteotti e quando la fusione tra Comunisti e Socialisti appare netta contro il Fascismo. È noto come ogni situazione politica viva sempre una sua fase evolutiva, in questo particolare momento si pensò di realizzare una “democrazia progressiva”, come conseguenza dell’incontro tra la Sinistra di classe e il Partito popolare di Don Sturzo, formula che verrà ripresa e rielaborata da Togliatti dopo la guerra, quando fu necessario riorganizzare il PCI e ridefinire il rapporto tra Massimalisti e Riformisti.
Dal quarto capitolo in poi, Pombeni analizza, alla luce delle prove elettorali, alcuni problemi che vanno dalla guerra fredda, all’implosione del progressismo, dalla nascita del Centrosinistra, con l’esclusione del PCI, accusato ancora di essere “servo di Mosca”, al Concilio Vaticano II, con la sua apertura al modernismo e alle esigenze della nuova società industriale.
Sono gli anni in cui viene rimodulato il quadro sociale ed economico che prelude alla solidarietà nazionale che, però, alimentava le divisioni a sinistra, riaprendo nuove ondate di massimalismo, in particolare, dopo il ’68, quando si verificò l’asse studenti-operai che porterà alla lotta armata e al terrorismo nero, eventi che favoriranno l’apertura della DC di Aldo Moro al PCI di Berlinguer.
Pombeni ci catapulta nella storia recente, con l’ascesa e la caduta del PSI di Craxi che invocava la socialdemocrazia per seppellire ogni forma di leninismo. Non potevano mancare le pagine dedicate al sistema politico corrotto e alla stagione del neogiacobinismo, come risposta alla crisi della sinistra, che non riusciva più ad essere né un partito riformista, né massimalista, ma che vedrà prevalere il massimalismo giudiziario, che in poco tempo sconvolgerà il professionismo della politica a vantaggio della postpolitica, fomentatrice di scontri personali più che ideologici, fino alla caduta di ogni confine, con le conseguenti ammucchiate, in attesa di una rifondazione politica, sociale, culturale, auspicata dal nuovo segretario dei DS, Enrico Letta, dopo l’ultimo divorzio di Zingaretti.

Paolo Pombeni, “SINISTRE – UN SECOLO DI DIVISIONI”, Editore Il Mulino 2021, pp.186, € 15 – www.mulino.it