Letteratura e spazio scenico. E la regia? Due scuole di pensiero fra analisi del testo e ricerca di nuovi linguaggi

cop (1)(di Andrea Bisicchia) Negli anni Settanta, una giovane leva di ricercatori, lavorando insieme ai Maestri, cercò di liberare il teatro dalla letteratura per indirizzarlo verso il suo luogo deputato che è lo spazio scenico. Solo per citare qualcuno, faccio i nomi di Meldolesi, Ruffini, Marotti, Alonge, Tessari, Cascetta, Allegri, tutti attenti a coniugare il mondo dell’Accademia con quello di chi il teatro lo fa e, quindi, tutti agguerriti nello svecchiare il linguaggio critico dalle fonti prettamente letterarie.
A chi voglia capire meglio questo rapporto consiglierei di leggere il volume di Mariagabriella Cambiaghi e Valentina Garavaglia “Autori stranieri per la scena italiana, itinerari nella regia contemporanea”. Gli autori, a cui le due studiose fanno riferimento sono: Omero, Calderon, Cechov, Dostoevskij, Brecht, Ionesco, i registi sono: Ronconi , Bruni/DeCapitani, Magelli, Castri, Brie, Cherstich.
È noto che esistono due scuole di regia, una che considera il regista un analista, capace di far parlare a lungo il testo, per intervenire, successivamente, scena per scena, dialogo per dialogo, parola per parola, scindendo i pensieri dal senso, è la linea che va da Strehler a Castri, alla Shammah; e ne esiste un’altra che utilizza il testo come pretesto per ricercare nuove espressività, nuovi linguaggi, più attenti a quelli della scena che non a quelli del poeta-drammaturgo. Personalmente definisco quest’ultimo un teatro di bravura, perché sfrutta tutti i ritrovati della tecnologia, capace di trasformare un prodotto artistico in un prodotto artificioso, col compito di mettere in evidenza una particolare abilità che rimane, comunque, un fatto esteriore, al contrario dell’arte che è un fatto interiore. La bravura, del resto, non potendo fare a meno della tecnologia, non ha bisogno di apprendere, l’arte ha bisogno di riflettere in continuazione, tanto che il tempo della sua riflessione finisce per essere senza tempo.
Le due autrici analizzano: “La vita è sogno”, con la regia di Ronconi, la cui lettura scavò dentro tutti i significati del testo, “Sogno di una notte di mezza estate”, nelle varie edizioni, in rapporto agli altri Shakespeare realizzati da Bruni/De Capitani, “Il giardino dei ciliegi”, con la regia di Paolo Magelli, letto come allegoria della fragilità, “La cantatrice calva”, con cui Massimo Castri portò a termine la distruzione sistematica del dramma borghese, “I Karamazov” di Cesar Brie, ovvero la storia di una famiglia raccontata in uno spazio concepito come recinto, con una costruzione a sequenze, “Un’Odyssey” di Bob Wilson, con cui il regista texano ha dimostrato come, sul palcoscenico, si possa “dipingere con la luce”, ed infine: “Terrore e miseria del terzo Reich”, con la regia visionaria e corale di Fabio Cherstich, con cui si è sperimentato un progetto di formazione, nato dalla collaborazione della Libera Università di Lingue e Comunicazione IULM, il Centro Attivo e il Franco Parenti, con lo “scopo di formulare una nuova modalità di didattica in relazione alla regia teatrale”.
Lo spettacolo, quindi, è stata la sintesi naturale di un percorso formativo che ha saputo coniugare “sapere per saper fare” come ha scritto Valentina Garavaglia, anima del progetto.

Mariagabriella Cambiaghi, Valentina Garavaglia, “Autori stranieri per la scena italiana, itinerari nella regia contemporanea”, Ed. Unicopli 2015, pp 180, euro 15.