L’immagine: idea (per Platone), forma (per Aristotele) E sacro e divino? Poi, tutto si risolse in imitazione della natura

(di Andrea Bisicchia) – La raccolta di alcuni saggi di Jean- Pierre Vernant (1914-2007), edita da Mimesis, con esemplare introduzione di Pietro Conte, offre l’occasione per ritornare a parlare di uno degli studiosi più accreditati dell’antichità classica, delle religioni antiche e dei loro simboli, oltre che dell’immagine artistica.
A dire il vero, alcuni dei saggi, presenti nel volume, si era potuto leggerli in “Mito e pensiero presso i greci” (Einaudi), e in “Figure, idoli, maschere” (Il Saggiatore), altri sono apparsi in riviste specializzate. Ha, quindi, fatto bene Mimesis a proporceli in forma unitaria, per meglio comprendere in che modo la ricerca dello studioso fosse caratterizzata da continui approfondimenti, magari, dello stesso tema.
Vernant si chiedeva, già negli anni Sessanta, quale fosse lo statuto dell’immagine al tempo dei greci, al quale aggiungeva quello dell’immaginario e dell’immaginazione nella loro cultura, trovando le prime risposte in Platone e Aristotele, ovvero nei due filosofi che ebbero, dell’immagine, pareri discordanti, benché le loro opere stessero a base di tutte le Estetiche successive.
Come è noto, Platone condannò l’immagine artistica perché, a suo avviso, si limitava a imitare sia sulla tela che sul marmo e, persino, sul palcoscenico, ciò che era frutto di un artigiano, il quale, a sua volta imitava ciò che è, così come è, al contrario dell’artista che si limitava a riprodurlo. Come osserva Pietro Conte, la svalutazione platonica dell’immagine, rispetto al modello originario, posa su un triplice registro: ontologico (l’immagine non è reale), gnoseologico (l’immagine è meno vera) ed etico (l’immagine è peggiore). È chiaro che la percezione dell’immagine appartiene al vedere, ma sappiamo bene che esiste un vedere con gli occhi dello spirito e uno con quelli del corpo, i quali, a loro volta, si limitano soltanto a registrare ciò che vedono e non a elaborarlo. Eppure, gran parte della nostra conoscenza, passa attraverso l’immagine, la cui potenza simbolica è fuori discussione.
Vernant ripercorre l’avventura dell’immagine partendo dal periodo arcaico, quando essa coincideva con l’eidolon, in particolare, con quello antropomorfo, quando, al corpo umano, veniva offerto il privilegio di essere specchio della potenza divina, attraverso una specie di trasfigurazione. Con l’avvento della civiltà, l’immagine diventa eidon, “idea”, secondo Platone, e “forma” secondo Aristotele, assumendo un valore simbolico che dava priorità al modo con cui, le potenze dell’aldilà, si trovassero ad essere evocate nei riti religiosi. Tale percorso  cercava di stabilire in che modo si fossero evolute le forme di figurazione del soprannaturale, partendo dai primi ritrovati arcaici: Pietre, Travi, Pilastri, Maschere che avessero a che fare col sacro e pervenire a una messa in immagine del divino, attraverso il rapporto tra visibile e invisibile, tra apparenza e imitazione, tra immagine figurata e immagine parlata, quella del teatro, per intenderci, o dei Sofisti, considerati i veri produttori di immagini parlate, essendo capaci di costruirle con le parole.
Per Aristotele, l’immagine è mimesis, ovvero imitazione della natura che era, a sua volta, prerogativa dei grandi tragici, Eschilo, Sofocle ed Euripide, quando il sapere era fondato sull’aspetto mimetico e non su quello apparente, quando, cioè, era possibile sostenere che Reale non è tutto ciò che Appare.
Quando giunge alle soglie del V secolo, Vernant sosterrà che la rappresentazione degli dei in forma umana, segnerà l’avvento dell’immagine in senso proprio, nel senso che il simbolo, finalmente, si libererà della sua dimensione religiosa per farsi rappresentazione.
Il volume è diviso in sette capitoli che raccolgono gran parte dei suoi studi di approfondimento che vanno dal 1975 al 1990, ed è un vero piacere leggerli.

“L’immagine e il suo doppio”, di Jean-Pierre Vernant, Mimesis 2022, pp. 156, € 15