L’inimitabile stile dell’enciclopedico Arbasino, spasmodico ricercatore di diversità, tra divagazioni e stravolgimenti

(di Andrea Bisicchia) Esistono vari modi di fare il critico, c’è quello che si confronta con il testo, sia esso musicale, teatrale, narrativo, per sviscerarne i significati, oltre che le qualità artistiche dell’autore, del regista, del compositore; c’è quello che rimane in superficie, che si limita a registrare le proprie sensazioni, utilizzando la semplice recensione.
Alberto Arbasino, in “Ritratti e immagini”, pubblicato da Adelphi due anni dopo “Ritratti italiani”, propone un metodo alquanto personale, inimitabile, già evidente in “Grazie delle magnifiche rose”, Feltrinelli, 1965 ,un metodo joyciano che fa pensare al flusso di coscienza che, in lui, diventa flusso di conoscenza, grazie al suo sapere enciclopedico, che gli permette di essere dispendioso, se non, addirittura, goloso di tutte le forme d’arte che abbiano a che fare con l’attività creativa.
I ritratti che Arbasino ha costruito, in forma di collage, danno al lettore l’impressione di assistere ad una mostra perché, leggendoli uno dopo l’altro, crede di trovarsi in una galleria, dove protagoniste sono le immagini degli artisti trattati che si ripropongono come fantasmi di epoche passate e presenti, non diversi dai fantasmi dei “Giganti della Montagna”, con la regia di Ronconi, visto da lui a Salisburgo, in un “desolato fabbricone, in una rarefazione beige molto metafisica e intensa, dove tra cipressi e montacarichi e specchiere e attrezzi da cantiere e lunghi paltò neri da vecchi avvocati in rovina e antichi birignao sopra le righe (…)”, come a sottolineare “un solaio di memorie”, fantasticate dal mago Cotrone. Sempre per rimanere nell’ambito teatrale, leggete il ritratto di Grotowski, con il suo “Principe Costante”, spettacolo magnetico che “trasuda religiosità ossessiva, spasimi ed estasi” con una regia che egli considera “un arabesco squisito”. Che dire di “Trans-Atlantico” di Gombrovicz?, “perfido capolavoro formale che rispecchia, in un frenetico cabaret, i temi e le smanie di tutta la narrativa dell’autore”, i cui sarcasmi “scintillano in maniera pirotecnica”.
Dal lungo elenco dei ritratti appare evidente, da parte dell’autore, la ricerca spasmodica della diversità, di tutto ciò che possa stravolgere l’organismo teatrale, narrativo, musicale, come si evince dalle pagine dedicate a Flaubert, in particolare a quelle di Bouvard e Pecuchet, alla loro bulimia della conoscenza, alla loro smisurata volontà di risvegliare tutto lo scibile, con le continue divagazioni e digressioni che si ritrovano in Jarry, cui Arbasino dedica un ritratto intriso di contemporaneità, vista la somiglianza con “Tom e Jerry”, o con Jerry Lewis, ed ancora in Karl Kraus, con i suoi tipici aforismi, di cui ne riporta uno esilarante: “Quanto poco c’è da fidarsi di una donna che si fa cogliere in flagrante fedeltà! Oggi fedele a me, domani ad un altro”. Del resto,  “la vita familiare è un’interferenza nella vita privata”, ma Arbasino non tralascia di parlarci, a modo suo, del “metodo Kraus” evidente negli “Ultimi giorni dell’umanità” messo in scena da Ronconi.
Non mancano le sintesi illuminanti, come quella dedicata a Helene Weigel, nel ruolo di Madre Coraggio, per “una sua appassionata proiezione e identificazione, non con la protagonista, bensì con l’attrice” e, ancora, l’altra dedicata a Greta Garbo, quando, ripetutamente, con il gesto del braccio, cerca di fermare un taxi: “Non si vedrà mai un ciak simile”, fu detto. Credo che chi leggerà questi ritratti sarà impaziente di addentrarsi nello stile, spesso levigato e, qualche volta, aggressivo di un critico di eccezione.

Alberto Arbasino, “Ritratti e immagini”, Adelphi 2016, pp 354, € 23.