(di Andrea Bisicchia) – Chi come me ha studiato l’ILIADE e l’ODISSEA, nelle traduzioni di Vincenzo Monti e Ippolito Pindemonte, ha scoperto, leggendo le traduzioni di Maria Grazia Ciani, un modo diverso di accostarsi alla narrazione omerica, non più infastidita dall’endecasillabo, ma protetta da una prosa ritmica che corrispondesse, filologicamente, ai testi omerici. Ne consegue un monito, ovvero, chi conosce la materia e l’ha vissuta profondamente, non si lascia certo intrappolare da facili seduzioni linguistiche, spesso, arbitrarie, che tradiscono lo spirito e la lingua dell’autore.
Della Ciani ho seguito le traduzioni, per l’Istituto del Dramma Antico, delle “Baccanti”, 2002, con la regia di Ronconi ( Allora ero nel Consiglio di Amministrazione dell’INDA), di “Antigone”, 2005, regia Irene Papas, di “Medea” 2009, regia di Zanussi, in quelle occasioni, i versi di Euripide e di Sofocle arrivavano sugli spalti con la leggerezza, la grazia, la capacità della traduttrice nel rendere il greco antico in una prosa armoniosa, adatta alle rappresentazioni moderne delle tragedie antiche.
Dopo tanti anni di studi, Maria Grazia Ciani è tornata sul luogo del delitto, cioè su “L’Iliade”, con la scusa di doverla spiegare a un suo nipote; “Lettere a un nipote sull’Iliade. La pace, la guerra e il futuro” edito da Marsilio.
Con l’intento di un “invito alla lettura” del poema che racconta la prima storia di guerra tra Oriente e Occidente che coinvolse Greci e Troiani, uomini e dei, eroi e militi sconosciuti, raccontata senza inventarsi nulla, seguendo semplicemente il dettato di Omero, oltre che il percorso del suo magistero.
Le domande proposte al nipote sono molto semplici:
Cosa cogliere dell’Iliade? Perché quel fuoco che divide l’Oriente dall’Occidente non si è mai spento?
A dire il vero, il primo che si era impegnato a farlo era stato Eschilo nei “Persiani”, altra storia di sconfitta, seguita dal sentimento di pietà. Ma esiste un posto per la pietà durante una guerra cruenta quale fu quella dei Greci contro Troia o contro i Persiani? L’Arte della guerra è qualcosa di sopraffino, è potente come l’Arte della parola, Machiavelli ne scrisse un trattato, auspicando che i cittadini oltre che “stimare i modi e gli ordini della disciplina militare”, pensassero di come vivere in pace. La morale, però, è diversa dal moralismo, Omero parteggiava per la prima, eppure riuscì a trasformare la guerra in un grande spettacolo con le sue ardite scenografie, con i suoi protagonisti, con le loro vestizioni, con l’utilizzo delle armi come fossero invenzione di un grande stilista. Certamente lo fu Efesto quando forgiò lo scudo di Achille. Omero sapeva bene che il prezzo di ogni vittoria fosse, come scrive la Ciani: “un cumulo osceno di corpi smembrati” e che ogni vittoria fosse foriera di morte e di sepolture che, per i greci, erano una cosa sacra, grazie alle quali il morto poteva scendere nel regno dell’Ade.
Antigone ne sapeva qualcosa! L’autrice delle “Lettere” attraversa episodi noti e meno noti, dà molto spazio ai duelli che, spesso, si trasformano in scontri tra la ferocia e l’arroganza, come quello tra Ettore e Achille, al quale, inutilmente, il padre Peleo aveva consigliato di mostrarsi saggio. La Ciani ne ricorda le parole espresse nel canto VI: “Controllati, evita le liti, mostrati saggio”, motivo per il quale lo aveva affidato all’amato Patroclo perché lo consigliasse e lo guidasse. Sulla natura del rapporto tra Achille e Patroclo esiste una vasta letteratura, la Ciani taglia corto, sostenendo che, per i Greci, l’atto sessuale fosse un aspetto naturale dell’esigenza umana, tesi perseguita anche da Eva Cantarella.
Come non ricordare altre coppie illustri che hanno fatto pensare a rapporti omosessuali? Alessandro ed Efestione, Adriano e Antinoo. Era tutto vero, oppure si trattava di un profondo atto di amicizia che, sempre per i Greci, era un legame protettivo, se non un bisogno di soccorso. L’amore non era solo eros, sono noti matrimoni collaudati come quello di Ettore e Andromaca, Briseide e Criseide, Menelao per Elena che continuò ad amarla anche dopo il tradimento. Eppure, l’Iliade ci racconta la fine di tutto questo, con l’incendio di Troia, con la morte di Ettore, ma anche con quelle di Aiace, Patroclo e dello stesso Achille.
L’uomo si sazia di tutto, di canti, di danze, di amore, ma “di far guerra non si sazia mai”.
Maria Grazia Ciani: “LETTERE A UN NIPOTE SULL’ILIADE: LA PACE, LA GUERRA, E IL FUTURO DEGLI ANTICHI”, Marsilio Editori 2026, pp. 110, € 12








