Liolà: tutte lo vogliono, tutte lo cercano. E lui, cantando e godendo, le accontenta tutte. A sorpresa, finale di sangue

MILANO, mercoledì 13 ottobre ► (di Paolo A. Paganini) – “Liolà, Commedia campestre in tre atti”, in dialetto siciliano. Era il 1916. E Pirandello, che ancora non aveva scavato nel “pirandellismo”, inventando ora questo straordinario personaggio, privo di problemi, angelicamente senza complicazioni morali o sentimentali, spensierato e giocosamente inebriato di vita – e di donne – stupì forse lo stesso autore, che di quella commedia amaramente umoristica, dirà: “È così gioconda che non sembra opera mia”. Già nel 1908, in un saggio sull’umorismo, era arrivato alla conclusione che la vita fosse una buffonata. E nel 1916, aveva tanti motivi per averne la prova e per esserne angosciato. Si era aggravata la malattia psichica della moglie; il figlio Stefano viene inviato al fronte e cade prigioniero. Ma Pirandello, in una nuova inusitata legge del contrappasso in chiave umoristica, deve essersi sentito veramente a suo agio. Immergersi in quel buffo e ingenuo “Liolà”, così diverso da lui deve essere stato per l’autore di Girgenti un momento liberatorio.
Tratto dal Capitolo IV di “Il fu Mattia Pascal” (1904), senza nessun’angoscia intellettualistica, Liolà, trasgressore di tante regole sociali e morali, è in realtà, di tutti i personaggi della commedia, l’unico veramente buono e generoso, dove gli altri sono avidi, gretti, interessati ed egoisti.
Come il giovane Mattia Pascal, che, quasi per scherzo, mette incinta la nipote e la moglie dell’odiato Batta Malagna, suo infedele amministratore, così qui, Liolà, ingravida, prima, la giovane Tuzza, che qui consente al vecchio Zio Simone di attribuirsi quella paternità, mettendo così a tacere le male lingue di quel borgo siculo di Porto Empedocle, dove impietosamente tutti ghignavano sulla sua impotenza. Ma avviene anche che la povera Mita, moglie del vecchio Simone, sia malmenata e cacciata di casa dal marito, che colpevolizza la donna di una ipotetica incapacità di generare. L’onore così malamente recuperato con la giovane Tuzza basta e avanza a Simone. Ma interviene Liolà che salva la reputazione di Mita, mettendola a sua volta incinta. Così il vecchio Zio Simone si riprenderà in casa la giovane moglie, facendo credere a tutti di essere lui il padre legittimo, preferendo una paternità “legale” a quella illegale e truffaldina della Tuzza.
E Liolà deciderà di prendersi in casa il figlio di Tuzza, che è suo, insieme con gli altri suoi tre figli di cui si prende cura. Senza nessuna moglie… e senza rinunciare alla gioia di vivere.
Ma dovrà fare i conti con un maledetto impensabile imprevedibile destino. Pugnalato mentre canta alla vita la sua ultima canzone…
Cavallo di battaglia delle maggiori compagnie meridionali, e non solo, Liolà debuttò il 4 novembre 1916 a Roma, al Teatro Argentina, in dialetto siciliano, con la Compagnia di Angelo Musco (che quasi a ruota sarà interprete anche di “Pensaci Giacomino” e del “Berretto a sonagli”).
E poi, via via, ricorderemo le mess’in scena di Peppino De Filippo (1935); di Enrico Maria Salerno, Teatro di Genova, 1956; della Compagnia Tofano-Rissone-De Sica, prima edizione in lingua italiana, rappresentata soltanto l’8 giugno 1942 al Teatro Nuovo di Milano; di Turi Ferro, Umberto Spadaro, Rosina Anselmi, Stabile di Catania 1959; di Domenico Modugno, Teatro di Ostia, 1968; di Ugo Pagliai e Paola Gassman, 1983…
E almeno ricorderemo Ugo Tognazzi e Giovanna Ralli, in “Liolà“, film di Alessandro Blasetti ,1963.
Ora “Liolà” è in scena al Teatro Manzoni, che, dopo la lunga chiusura pandemica, ha ripreso a vivere in una bellissima sala quasi riempita (seppur con le mascherine).
In due tempi, uno di 45 minuti e un altro di 60, l’ilare commedia è in scena nell’adattamento e regia di Francesco Bellomo, che con il Teatro Manzoni ha una lunga consuetudine quasi trentennale. Sappiamo tutti quanta diffidenza oggi abbiamo per i cosiddetti adattamenti, più discutibili e vandaliche trasformazioni che adattamenti. Ma qui, pur con qualche riserva, ci dobbiamo ricredere. L’ambientazione richiama gli inizi degli anni Quaranta. La scena si apre con un fantaccino che bacia la fidanzata prima di andare al fronte. Assolutamente inutile. Qui, Porto Empedocle vive la sua vita normale con le mille avventure erotiche di Liolà. E così sia. E poi il finale. Con un abile colpo di mano, Bellomo, dovendo – dice – scegliere fra un finale di sangue e uno di sponsali, ha scelto quello di sangue. È coerente. La commedia è falsamente umoristica. Gronda amarezza e pessimismo da tutte le parti. E ci pare giusto e doveroso che debba finire con il canto di Liolà che gli si smorza in gola. Per il resto, la commedia è tutta un canto e cinguettio di femmine in fregola. Si può sempre far finta di essere allegri e spensierati. Specie in teatro. Ma anche nella vita reale non cambia. Poche risate, molti sorrisi, e tanti applausi anche a scena aperta.
Le ben 9 attrici e 2 attori son tutti bravi, gaudiosamente complici in uno spettacolo che è tutto un gioco, ma venato di attese, come d’autunno, in un bel tramonto siciliano, quando l’Etna è spesso minaccioso…

Li citeremo tutti. Giulio Corso (Liolà), Enrico Guarneri (Zio Simone); Caterina Milicchio, Alessandra Ferrara; e con Margherita Patti, Alessandra Falci, Sara Baccarini, Giorgia Ferrara, Federica Breci. E inoltre Nadia Perciabosco (nel ruolo di Zia Ninfa) e con la partecipazione di Emanuela Muni (nel ruolo di Zia Croce).

Si replica fino a sabato 24 ottobre.