Lunedì 11 ottobre. Una data storica. A teatro tutti i posti ora sono liberi. Ma rimane un altro problema: la crisi di identità

(di Andrea Bisicchia) Il teatro, in quanto specchio della vita, è molto fragile e non nasconde una sua finitezza, eppure, come la vita, ricerca sia la durata che l’infinità, alle quali perviene soltanto quando riesce a credere nei suoi valori artistici che possano limitarne la transitorietà e che sono frutto di sacrifici, i quali, come è noto, si misurano con continue difficoltà.
Quando ciò si verifica?
Generalmente quando si sceglie uno spettacolo da produrre.
Ogni produzione, però, ha una sua particolarità, essendo diversa se fatta in un teatro che riceve molte sovvenzioni dallo Stato, dalle Regioni o dai Comuni, oppure se realizzata da Compagnie private, il cui scopo è quello di raggiungere un bilancio, alla pari, di tipo economico che, magari, non potrà corrispondere a esigenze di tipo artistico, benché, spesso, i privati riescano a meravigliarti per la bontà delle loro produzioni. A coloro che ricevono delle sovvenzioni non indifferenti, si chiede molto di più, quel qualcosa che permetta loro di farsi notare per una specifica identità.
A dire il vero, il Covid non ha fatto altro che rimandare quella crisi di identità che serpeggiava da anni, ben evidente in quelle che sono annoverate tra le più importanti Istituzioni teatrali, ormai prive di punti di riferimento per l’assenza di un Artista creativo in cui identificarsi.

Il Piccolo Teatro ha vissuto una identità continuativa con Grassi-Strehler e con Escobar-Ronconi. Non sappiamo ancora quale sarà la sua nuova identità, per il momento dobbiamo accontentarci di una programmazione costruita sull’identità altrui, ovvero su artisti stranieri che hanno già una loro identità, come Claudio Tolcachir e Milo Rau.

Il Parenti fa coincidere la sua identità con quella di Andrée Ruth Shammah che, in questa Stagione, ha deciso di divertirsi con Labiche.

La Triennale Teatro fa della ricerca la sua identità, benché non si capisca perché in nome di una multidisciplinarietà debba sacrificare da gennaio in poi, le sue scelte a vantaggio dell’Istituzione che ospita il teatro.

L’Elfo-Puccini rimane il più identitario, sia perché Bruni-De Capitani continuano a leggere, a studiare e a cercare dei testi che possano identificarsi con la loro idea di teatro, sia perché possono vantare una Compagnia stabile.

Quando, allora, ci si trova dinanzi a una crisi?
Una volta si rispondeva: quando si è dinanzi a continue trasgressioni o nuove forme di sperimentazione che, oggi, né le une né le altre si dimostrano efficienti, anzi le loro fragilità non sono diverse da quelle del teatro teatrale, fatto di titoli, di numeri che appartengono alla tradizione.
La vera trasgressione arriva da altre capitali dello spettacolo, ed è, spesso, legata al teatro performativo che sta vivendo un proprio boom, il cui compito è quello di attirare l’attenzione del pubblico con l’esecuzione di un evento che si esaurisce nel momento in cui lo si esegue, perché nato con le stigmate della propria fine. Un teatro che cerca la notorietà momentanea ha vita breve, perché, al contrario della fama, che è più duratura, la notorietà svanisce in poco tempo.
Ciò a cui assistiamo è un riciclo di forme già esaurite. Tale situazione riguarda, non solo i teatri milanesi a cui abbiamo emblematicamente fatto riferimento, ma tutti i teatri della penisola, nelle cui programmazioni vediamo gli stessi spettacoli e gli stessi artisti, tanto da chiederci: se non ci fossero le Compagnie private come si potrebbero costruire i cartelloni?
Tutto ciò accade perché i teatri sovvenzionati producono poco e male, tanto da rifare sempre se stessi, si inventano piccole produzioni che procurano poco lavoro, oppure danno spazio a brevi maratone commissionate per poter produrre dei Festival a tema, a vantaggio di giovani autori o giovani compagnie che hanno la durata di pochi giorni, alle quali offrono un lavoro sempre più precario.
Quale potrà essere il futuro? Non essendo dei profeti, non possiamo certo prevederlo.