Ma, per il Teatro, invaso da “corpi estranei” e con incassi milionari, sembra proprio che non ci sia più nulla da fare

DUE MALATTIE MORTALI STANNO COLPENDO IL NOSTRO TEATRO: LA SUPERPRODUZIONE E L’ONDATA DI MONOLOGHI, AFFIDATI A “CORPI ESTRANEI”

(di Andrea Bisicchia) – Sulle pagine di questo giornale abbiamo, più volte, giudicato negativamente la presenza di “Corpi estranei” che, da tempo, invadono le tavole dei nostri palcoscenici.
Si tratta di persone che non sanno nulla della materia teatrale e che, al massimo, percepiscono cosa sia una “quinta” o un “piazzato”.
Non hanno fatto scuole di teatro, benché siano dei professionisti provenienti da altre discipline, come la filosofia, la politica, il giornalismo, la psicoanalisi, la sociologia, la religione. Non sono, certo una invenzione di oggi, fu il PIER LOMBARDO a inventare la loro presenza in scena per un puro scopo culturale e non commerciale. Furono pensati dei veri e propri cicli, da “PROCESSO ALLA CULTURA”, a “PROCESSO ALLA MAFIA”, a “RELIGIONE E POTERE”, a TEATRO E FILOSOFIA”.
Si entrava gratis, ai relatori venivano rimborsate le spese, gli spettatori assistevano a qualcosa di inusuale. Il successo fu illimitato. Dopo qualche decennio, iniziò ad affermarsi una nuova figura, quella del Responsabile di Eventi Culturali che ha patrocinato i primi festival, come quello della Letteratura a Mantova che, in breve tempo, si sono moltiplicati all’infinito. Sempre, nel giro di pochi anni, son nate delle Agenzie che promuovono, soprattutto, Monologhi, affidati a personaggi diventati famosi grazie alla loro presenza in trasmissioni televisive e che sono nel loro libro paga, dato che preparano, per loro, delle vere e proprie tournée.
Si sa che i volti televisivi fanno incassare molto e che assicurano esauriti in teatri da 1500 posti, tanto che, in un anno, questi “corpi estranei”, riescono ad incassare oltre 15milioni di euro contro i 100mila euro delle Compagnie di tradizione.
A farcelo sapere è stato Marco Lepre, in una intervista ad Anna Bandettini, il quale, per fare chiarezza, si è appena dimesso dalla Commissione Prosa del Ministero della Cultura, svelando l’inganno di quelli che noi abbiamo chiamato “corpi estranei”.
L’inganno consisterebbe nel fatto che costoro sono entrati nel sistema dei finanziamenti che, visti gli incassi, sono privilegiati dai parametri quantitativi e dagli Algoritmi che stabiliscono le sovvenzioni.
Accade che un Monologo, senza scene, con una sola sedia, incassando cifre enormi per la notorietà del filosofo, del giornalista, del sociologo di turno, alteri i parametri, drenando risorse non più a un professionista del teatro, ma a professionisti che, col teatro, non c’entrano nulla.
Questa tipologia di Monologhi non può rientrare in nessun “cluster”, ovvero gruppo di appartenenza, perché fa impresa a se, divorando soldi che dovrebbero essere assegnati a chi lavora, con fatica, a teatro. Se proprio la si vuole includere, bisognerebbe creare un cluster a parte che non abbia nulla a che fare col Fus.
A dire il vero, in tempi recenti, il Monologo ha perso le sue caratteristiche, c’è chi ne scrive uno alla settimana, banalizzando persino la cronaca a cui gli autori fanno riferimento.
Lukasc distinse varie forme di Monologo, distinguendo tra monologo interiore, monologo drammatico, monologo allegorico, come a dire che il monologo ha le sue regole prettamente teatrali e che non po’ essere un genere di tipo commerciale.
Per prima cosa, andrebbe regolarizzata la super produzione per evitare che i parametri vengano sempre più diluiti, tanto da ridurre le assegnazioni a qualcosa che ha a che fare con l’elemosina.
La durata teatrale di tanti monologhi è minima e, pertanto, inconsistente, specie quando si diventa produttori di se stessi. Giustamente, Marco Lepre fa notare che quelle piccole realtà, andrebbero sostenute da Comune e Regione, evitando di intralciare il Fondo Unico dello Spettacolo.
C’è qualcos’altro che andrebbe definito, ovvero il rapporto tra Attori professionisti e non Attori, il fatto che costoro fanno uso del Teatro dell’Oralità, magari senza saperlo, che ha bisogno della dizione giusta, del lavoro drammaturgico che non ha lo scopo di divulgare una lezione, essendo ben diverso il modo di porgere l’espressione verbale.
Infine, ci sarebbe l’aspetto fonico, ovvero la qualità della voce che differenzia l’attore dal non attore, specie se quella di quest’ultimo ha suoni non piacevoli, non avendo studiato dizione.