Magnifica versione di Eschilo. E “I Sette a Tebe” diventa commozione, combinando attori e parola come un’orchestra

“I SETTE A TEBE”, di Eschilo. Versione di Gabriele Vacis, col contributo di Roberto Tarasco per la Scenofonia, con 11 meravigliosi attori. Visto al Teatro Cortesi di Sirolo. Esaurito in ogni ordine di posti.

(di Andrea Bisicchia) – “I SETTE A TEBE” di Eschilo è una delle tragedie meno frequentate persino dall’INDA, l’ultima versione che vidi è stata quella con la regia di Marco Baliani, il quale, per evitarne la staticità, puntò sull’elemento corale, senza trascurare l’apporto di protagonisti come Anna Della Rosa, Gianni Salvo, Marco Foschi.
Non si trattò certo di una edizione esaltante, perché tutta l’azione si svolgeva all’interno della città di Tebe, dalle Sette Porte, con un unico protagonista, Eteocle, che si è opposto all’alternanza annuale del governo della città, voluta dal padre Edipo, pur tra maledizioni. Eteocle, che considerava il Potere una divinità, non accettò l’annualità, tanto che Polinice gli dichiarò guerra, guidando l’esercito degli Argivi contro Tebe.
Questa materia, nelle mani di Gabriele Vacis, diventa qualcosa altro, sapendo egli bene che, nella tragedia greca, esistono due codici da osservare che riguardano la composizione della scrittura, ovvero il codice dell’oralità e il codice visivo che vanno combinati insieme e che danno all’azione un particolare dinamismo.
In una scena completamente nuda, Vacis ha collocato 11 sedie nere, per 11 attori vestiti di nero, cinque donne e sei uomini, costruendo attorno ad essi un sentimento di paura generato dalla guerra imminente. Non esiste la distribuzione delle parti, gli attori, insieme, costituiscono un unicum, il cui compito è quello di dimostrare di essere stati partecipi ad un orribile evento del passato col proprio ribrezzo e la propria repulsione che loro, però, continuano a vivere in un tempo presente, perpetuando quell’abisso di angoscia che consegue ad ogni guerra, senza, però, quello smarrimento delle donne di Tebe che chiedevano l’intercessione continua degli dèi.
Gabriele Vacis, avendo a disposizione la Compagnia PEM, formata da giovani diplomati presso l’Accademia del Teatro Stabile di Torino, ha creato uno spettacolo molto fisico con i corpi degli attori che si incontrano e scontrano, dando alla parola un compito diverso da quello di Eschilo, pur mantenendone la trama, la parola che, per Vacis, deve essere usata come una orchestra, con i suoi ritmi, le sue pause, la sua armonia e disarmonia, una parola che egli assoggetta alle metamorfosi del tempo, ma che ha nel nostro caso, come linea guida lo strano “amore” per la guerra, lo stesso che hanno tutti gli uomini di potere.
Non per nulla, all’interno del testo di Eschilo, Vacis opera degli innesti tatti da opere di Brecht e di Hillman. Determinante è l’uso della SCENOFONIA, vocabolo inventato da Roberto Tarasco, collaboratore di Vacis, col quale costruisce dei fenomeni che riguardano l’uso della luce, dei suoni, dell’oggettistica che gli riesce a mescolare in modo rabdomantico creando delle colonne sonore che rimandano ai luoghi in cui si svolge l’azione, alle urla di dolore, al sentimento di paura che sta a base della tragedia.
Il compito della SCENOFONIA, il cui termine è entrato nel Vocabolario Treccani, consiste nell’evitare ogni forma di mimesi per dare spazio alle evocazioni, attraverso l’uso di materie luminose e sonore non convenzionali.
Il risultato lo si percepisce nello stato di tensione che dal palcoscenico si abbatte sul pubblico, un pubblico che partecipa allo stato di paura che fa parte di tutte le guerre, rappresentato dalla Comunità degli attori che vivono la guerra come una emozione privata vissuta in tempo reale, soprattutto quando indossano i vestiti di tutti i giorni e avvertono la vicinanza con le guerre di oggi dove è difficile stabilire quale sia il rapporto tra vivi e morti.
Non per nulla, alla fine dello spettacolo, ogni attore e ogni attrice dice la propria età aggiungendo: “sono vivo, sono viva”, ai quali risponde il pubblico dalla sala, ormai coinvolto, dicendo, ciascuno, la propria età ed aggiungendo “sono vivo-viva”.
Tutto questo perché, come sosteneva Hillman, gli uomini non nascondono il loro “terribile amore per la guerra”.
Spettacolo intenso (ho visto una spettatrice piangere) col pubblico, in un teatro completamente esaurito, che non smetteva di applaudire i magnifici attori.