Memoriale di un papa che vedeva una Chiesa capace di sporcarsi le mani nelle piaghe della sofferenza

(di Piero Lotito) Dev’essere terribile, è facile immaginare, quella che molti chiamano «solitudine del papa». Gravissimi pensieri, responsabilità incalcolabili, un futuro da far tremare i polsi. Ma, certo, anche il recente passato – ciò che è stato prima della fumata bianca – irrompe nella mente e nel cuore di un papa appena eletto: la vocazione, i contrasti, i dubbi, la carriera (carriera?), gli appoggi in curia, il consenso “politico”, le votazioni sotto gli occhi del Giudizio di Michelangelo. Nella logica delle cose, tutto questo patimento del pensiero si addensa soprattutto nel primo giorno vissuto da papa. Che cosa fa in quelle ore il pontefice, quando – e se – rimane solo?
Pasquale Maffeo, scrittore di area cattolica tra i più importanti (attraverso il suo imponente archivio, acquisito dal Centro di ricerca “Letteratura e cultura dell’Italia unita” dell’Università Cattolica di Milano, è l’unico scrittore vivente ad avere posto tra le glorie del passato), un’idea di come un suo papa trascorra il fondamentale primo giorno di pontificato, l’ha messa per iscritto in un libro di originalissima ispirazione e struttura. Si tratta di Memoriale di un papa, pubblicato da Caramanica, editore in Minturno, sulla via Appia, che allo sguardo lungo sui testi aggiunge grande sapienza tipografica. Maffeo dunque immagina che all’indomani della elezione al soglio di Pietro, il suo papa scriva il memoriale delle tappe che lo hanno portato fin lì. È un papa, questo di Maffeo, nella cui mente «splende la visione di una Chiesa mossa da sollecita carità a sporcarsi le mani nelle piaghe della sofferenza, nelle tribolazioni degli indigenti, nelle amarezze degli emarginati». Lungo e difficile sarà il suo compito, ed egli dispone che il documento «sia dato a stampa dopo la mia sepoltura, ricordando che la polvere torna alla polvere».
Il Memoriale si compone di 21 brevi capitoli, che possiamo appropriatamente definire “stazioni”. Vi si dipana il cammino di un uomo consapevole che il suo procedere «susciterà malumori, dissidenze, avversioni». Possiamo subito dirlo: Maffeo non svela l’identità del suo pontefice, che è personaggio immaginario; tuttavia, alcuni segni caratteristici, come il fatto che si sia formato nella Compagnia di Gesù, la sua ispirazione all’agire di Francesco d’Assisi, l’esperienza pastorale nell’America Latina e altre non trascurabili tracce sembrerebbero riferirsi alla figura di Mario José Bergoglio, l’attuale papa Francesco. «Ma al di là di queste probabili suggestioni – scrive Giuseppe Langella, prefatore del Memoriale e direttore dello stesso Centro di ricerca “Letteratura e cultura dell’Italia unita” -, lo scrittore ha cura soprattutto di disporre le cose in modo da garantire al futuro pontefice un tirocinio completo, una conoscenza ad ampio raggio della complessa realtà ecclesiale».
Ecco allora descritto nelle ventuno “stazioni” il travaglio d’una vocazione che, germogliata al termine del liceo, evita i richiami terreni e carnali, compreso un possibile matrimonio, conosce il dubbio generato dall’assenza di testimoni diretti in alcuni passi del Vangelo, assapora la gloria del Magnificat («… la pienezza orante dell’abbandono in Dio mi disarmò»), osserva la superficialità di molti credenti («Tu lo vedi, Signore. A loro basta la cerimonia, l’esibizione, il decoro esteriore. Al ristorante si concederanno piaceri di gola. Nessuno si farà il segno di croce prima di toccare il cibo. Alla fine ben sazi, versando denari, ringrazieranno l’oste invece di Dio che li tiene in questo mondo»), rievoca e riflette sulla tragedia del terremoto in Emilia («La natura, opera di Dio, denuda e ammonisce i vivi. Chiede con eloquenza biblica di essere amata, curata, tenuta al riparo dai guasti. Non accetta manomissioni. Sempre improvvido e peccaminoso sarà comprimere, isterilire, soffocare, cementizzare il terreno destinato a dare cibo e vino agli abitatori dei continenti»).
Il futuro papa viene destinato dall’autore a intense missioni a Salerno, Bologna e Palermo, dove intuisce la rete mafiosa che avviluppa la politica («… sempre e da sempre, in ogni latitudine del mondo è stata, e seguita a essere, patteggiamento di poteri, mestiere di mediazione, banco di cambiavalute»). Eccolo poi in Paraguay, dove vive il contatto con gli Ayoreo, uno dei popoli che in quel Paese conservano lingua e cultura propria («Etnie considerate “primitive”, mentre in realtà sono esse che per millenni hanno custodito il pianeta che l’uomo detto “civile” ha eroso, contaminato, reso inospitale, cosparso di veleni, avvolto da un’aria irrespirabile»).
Alla ventunesima “stazione”, quando gli giunge dalla segreteria vaticana la nomina ad arcivescovo di Asunciòn, il papa di Maffeo lascia capire, in una sorta di “manifesto pontificale”, quale sarà il suo atteggiamento in Vaticano, non escludendo – abbiamo già visto – facili ipotesi di conseguenti incomprensioni e sospetti: «Ove occorra, sarò pietra d’inciampo, pilastro di scandalo che non teme la solitudine nei naufragi della storia. Amerò tutti gli uomini e tutte le donne, nessuno escluso, come il Vangelo intima ai diaconi, ai presbiteri, ai vescovi, ai cardinali, ai papi. Oggi e sempre. Della mia semina e del mio raccolto dovrò rendere conto al Sommo Giudice. Prometto e spero di non presentarmi a mani vuote. Amen».È la visione del futuro prossimo. Un futuro inimmaginabile, aperto com’è sopra le «oscene mascherate del mondo in cui viviamo». E se questo sarà tutto un altro libro da scrivere, Maffeo in Memoriale di un papa ci aiuta intanto a capire che cosa muova un uomo ad affrontare una prova così temeraria.

Pasquale Maffeo, “Memoriale di un papa”, Caramanica Editore 2016, pp 45, € 10