“Memorie dell’anima” dell’inconfondibile Chagall. In mostra a Mestre (che ce la mette tutta per competere con Venezia)

MESTRE (VENEZIA), martedì 28 novembre (di Carla Maria Casanova) Le indicazioni sono un po’ confuse, per quel maledetto (diciamo pure opportunista e megalomane) vezzo di Mestre di considerarsi Venezia città Metropolitana. Intendiamoci: Mestre è una cittadina carina, con qualche zona interessante, ma Venezia… Mi viene in mente la mosca sul corno del bue che alla domanda “che fai?” risponde “Ariamo”. E io ritengo scandaloso che Mestre debba approfittarsi dei privilegi faticosamente conquistati da Venezia, che ha natura, posizione, regime, situazione fisica ed artistica che NULLA ha da dividere con nessuna altra città al mondo. Men che meno con Mestre. Amen.
Veniamo al dunque. Cercando su Internet la Mostra “Chagall. Il colore dei sogni può capitare di trovare l’indicazione: piazzale Candiani, Venezia. Come arrivarci? Da Venezia, stazione Santa Lucia! A voglia! Ci si arriva dalla stazione di Mestre. Oppure da Venezia piazzale Roma, con il bus n. 2 diretto a Mestre, che in 15/20 minuti porta alle vicinanze di piazzale Candiani, Mestre. Anche lì ci sono problemi perché piazzale Candiani (nessuna segnalazione) è a dieci minuti a piedi dalla fermata dell’autobus. Se di buona gamba si può andare a piedi dalla stazione, sempre di Mestre, s’intende. Forse si fa prima. Importante chiedere non del piazzale ma del Centro Culturale Candiani, sorto intorno al piazzale. È un grande Centro Cultural Commerciale con moquette fin dal pianterreno. Qui, deserto, non che la Mostra Chagall sia meglio indicata, ma oramai la si trova. Ascensore, secondo piano.
Detta mostra è bellissima. È proposta dalla Fondazione MUVE (Musei di Venezia, d’accordo) con un modello nuovo e intelligente, realizzato grazie alla ricchezza del patrimonio di Ca’ Pesaro, cui si aggiungono prestiti concessi da importanti Musei internazionali.
Non solo opere di Chagall, ma anche di grandi Maestri che abbiano attinenze con quelle del mitico quasi centenario Maestro di Vitebsk (1887-1985) offrendo una straordinaria occasione di approfondimento critico.
La mostra,”curata da Elisabetta Barisoni – prestigioso catalogo lineadacqua -, è in atto fino al 24 febbraio 2024. Si presenta con la travolgente immagine iconica del Rabbino n. 2. Chagall raccontava di aver incontrato un vecchio e averlo vestito con gli abiti usati da suo padre per la tradizionale preghiera del mattino. Fu molto attento a tutti gli indumenti di rito; il tallit sulle spalle, la kippah, i tefillin (le scatolette di cuoio che si legano sulla fronte e al braccio sinistro…). Lo dipinse in bianco e nero, con qualche tocco di blu. Ne fece due copie: la prima fu venduta, la seconda, presentata alla Biennale di Venezia 1928 fu poi acquistata da Ca’ Pesaro dopo una sofferta trattativa per l’astronomica somma di 25.000 lire. In questo arcaico Rabbino c’è tutto Israele.
Nella mostra, Chagall funge da filo rosso attraverso l’arte del Novecento che ha guardato a lui. Lui che, vissuto a Parigi all’inizio del Novecento e ancora negli anni Trenta, rifiutò di accorparsi a surrealisti e futuristi. Lui troppo realista. Anzi, supernaturalista. Quello che conta è “la memoria dell’anima, unica verità da trasmettere”. Tanti suoi contemporanei si ispirarono così strettamente al suo stile e ai suoi colori da poter essere quasi confusi: George Grosz (Il gatto e l’anatra), il finlandese Veikko Aaltona (Deposizione), Odilon Redon (Sacerdotessa), Emil Nolde (piante in fiore)… ma Chagall  resta inconfondibile. Forse è l’anima. O l’innocenza. Anche se Chagall non ha nulla del naif. Anzi, la sua natura fantasiosa è assai tormentata.
Il percorso espositivo si articola in 6 sezioni: il sogno simbolista; il paese natale (“è soltanto mio / il paese che è nell’anima mia”); gli artisti in esilio; il colore dei sogni: i soggetti religiosi; il progetto grafico sulle Favole di La Fontaine.
La più ”facile” è  la sezione di Vitebsk, antico villaggio della Bielorussia, con le capanne di legno, gli animali, l’omino  che scala il tetto, quello che vola sopra le case, la capra, (ma forse è un asino) che sorride, l’uomo nel cielo con il violino, l’unico strumento concesso a un popolo errante…
Riconosciamo Chagall a occhi chiusi.
Ne seguiamo gli insegnamenti e le conquiste pittoriche negli operati degli Artisti ebraici che negli Anni Trenta sono dovuti scappare, ma di lui hanno inteso la lezione. Commovente la sezione delle opere religiose.  Il sogno di Salomone, Il perdono di Dio, L’uomo guidato dl Signore sulla retta via… «Dio, tu che ti celi nelle nuvole, o dietro la casa del calzolaio, fa’ che la mia anima dolorosa si riveli, rivelami la mia strada.» pregava Marc vagando per le strade di Vitebsk.
Nato da genitori Chassidim (movimento del risveglio) Chagall è disperatamente religioso. Nelle innumerevoli Crocefissioni, è lui, con il suo popolo eletto, il crocefisso. Terribile l’incertezza (“il popolo di Israele è davvero il popolo eletto, come sta scritto nella Bibbia?”). È forse l’ultima sezione, le Favole di La Fontaine, che serba le emozioni più grandi. Progetto grafico realizzato dall’Artista negli Anni Venti, si dipana in una fantasia onirica gioiosa cui prendono parte, tra gli altri, George Grosz, Mario di Maria, la giovane Marta Naturale (classe 1990) Mentre si fa sera; il pluripremiato autodidatta Carlo Hollesch.
Un discorso, quello della mostra, nuova nella sua unicità, che ci mette a conoscenza di pittori celebri e non, forse dimenticati, forse mai conosciuti. Tutti protervamente legati a quella cellula indistruttibile e inconfondibile che fu la magica parabola di Marc Chagall.
Ma scendete alla stazione di Mestre, non a Venezia santa Lucia.