Momenti di superba godibilità musicale alternati a scene di irrisolta coerenza scenografica. Così la regia di Peter Stein

MILANO, mercoledì 18 gennaio ► (di Andrea Bisicchia) Il “Don Carlo”, visto alla Scala, in versione integrale e in lingua italiana, con la direzione molto applaudita di Myung-Whun Chung e la regia di Peter Stein, ha confermato la grandezza musicale di quest’opera, pari a Traviata e a Rigoletto per le arie e i recitativi, possedendone le medesime attrattive, specie se affidate ad un cast eccellente.
Il primo Atto, in una straordinaria scena d’insieme, alterna il grigio chiaro del tempo nevoso col grigiore dello stato d’animo dei due protagonisti, Elisabetta di Valois e Don Carlo, a lui promessa, ma che dovrà sposare, per motivi politici, Filippo II, offrendo a Verdi il pretesto per evidenziare il contrasto tra genitore e figlio, sia sul piano familiare che su quello politico. La foresta di Fontainebleau la vediamo trasformata, da Peter Stein, in una foresta dell’anima, a cui sono bastati due enormi tronchi e della legna accatastata agli angoli, per dare il senso del freddo, il bisogno di calore, oltre che della sussistenza, vista la condizione di miseria in cui versa il popolo spagnolo a causa delle continue guerre.
Anche la prima scena del secondo Atto, ambientata nel chiostro del convento di San Giusto, con i frati che invocano la pace eterna, in ricordo dello scomparso Carlo V, ha un suo impatto col pubblico, a dimostrazione di una coerenza stilistica che trova, però, degli intoppi nella scena successiva, quella dei giardini della Regina a Madrid e quella del gabinetto del Re, risolte malamente, e con dubbio gusto da addebitare allo scenografo Ferdinand Wögerbauer.
Occorrerà attendere la scena della prigione, perché lo spettacolo torni a risollevarsi.
È vero che in quest’opera i cambi sono molteplici, ma è anche vero che se a ogni scena si intenda dare una chiave più o meno realistica, a risentirne è proprio lo spazio e il linguaggio scenico che alterna momenti di godibilità con altri che appaiono irrisolti al pari dei vari conflitti, quello generazionale, quello politico-liberale di Carlo e Rodrigo, quello del rapporto Stato-Chiesa, con l’Inquisizione sempre pronta a punire col rogo gli eretici, alla presenza dei rappresentanti di tutte le nazioni che applaudono  allo “spettacolo della morte”, momenti anch’essi con esiti contrastanti.
Questi conflitti sono evidenziati da una musicalità che mira sempre verso l’alto e che ricerca la verità in cielo, così come l’ha intesa il maestro sud-coreano.
Sul complesso canoro, svetta la padronanza vocale e scenica di Ferruccio Furlanetto, specie quando intona “Ella giammai m’amò” col teatro in delirio, ottime le prestazione di Krassimira Stoyanova (Elisabetta), Francesco Meli (Don Carlo), Simone Piazzola (Rodrigo), Ekaterina Semenchuk (Principessa di Eboli).
Ciò che è mancato in questo allestimento è proprio il rigore della consequenzialità, quello che si esige da un grande regista come Stein, vista anche la durata dello spettacolo, cinque ore e dieci.

“Don Carlo”, dramma lirico in cinque atti. Musica di Giuseppe Verdi – Direttore Myung-Whun Chung – regia Peter Stein – Scene Ferdinand Wögerbauer – Costumi Anna Maria Heinreich – REPLICHE: Domenica 22 gennaio – Giovedì 26 – Domenica 29 (La Scala Under30) – Mercoledì 1 febbraio – Sabato 4 – Mercoledì 8 – Domenica 12 (fuori abbonamento).

www.teatroallascala.org