(di Andrea Bisicchia) – Sulle pagine di questo giornale, ci stiamo da un po’ di tempo occupando di un teatro che ha scelto di stare fuori dal teatro, sia in ambito architettonico che ideologico. Abbiamo già scritto del Piccolo Teatro che, grazie a sovvenzioni Comunali e Regionali, ha portato il teatro in spazi periferici della città metropolitana, oltre che in altri luoghi di ben 13 Regioni.
Mentre a Milano si pensa in grande, a Roma il Campidoglio ha stanziato 600 mila euro per venire incontro a teatri che hanno meno di cento posti e che si trovano nelle periferie della città.
A proposito di luoghi inusitati, abbiamo fatto notare che simili scelte erano avvenute già negli anni Settanta del secolo scorso, quando però le esigenze corrispondevano a un clima politico e sociale abbastanza turbolento.
Abbiamo fatto riferimento, più volte. al lavoro di Giuliano Scabia su questo argomento e a quello del Terzo Teatro, teorizzato da Sisto Dalla Palma al tempo del CRT, che aveva come fine un teatro comunitario che credesse nella sua funzione corale, un teatro che a suo modo cercasse di ribellarsi a certe istituzioni che ci dicevano fossero diventate dei carrozzoni. Fu definito anche Teatro dei Mutamenti, nel senso che mutava a seconda dei luoghi e dei gruppi che lo facevano, un teatro che ambiva a un nuovo immaginario, a nuove utopie, a una drammaturgia che recuperasse gli orizzonti del sacro, del folclore, della festa, decostruendo vecchi sistemi, per proiettarsi verso nuovi linguaggi, abbastanza articolati, magari capaci di recuperare forme del teatro medioevale, carnascialesco, festaiolo, la festa intesa come fuga dalla solitudine, come momento di partecipazione collettiva. Allora, le società stavano vivendo la fine del boom economico, con tutte le lacerazioni e le forme di smarrimento che ne conseguivano. È il momento del collettivismo, quello che si esprimeva lungo le strade, nei mercati, nelle piazze, insomma quello del Bread and Puppet, che parecchi di noi hanno visto scorrere nelle vie di Milano, con le loro mascherate, accompagnate da strumenti a percussioni di tutti i tipi. Ricordiamo alcuni spettacoli visti al Teatro Uomo (1974), “Il cavallo bianco del macellaio”, o al Donizetti di Bergamo col “Circo americano”.
Al collettivo, creato da Peter Schumann, Sergio Secci dedicò la tesi di laurea, diventata un volume edito da La Casa Usher: “Il teatro dei sogni materializzati. Storia e mito del Bread and Puppet” che vogliamo ricordare, non solo per aggiungere un altro tassello al discorso che stiamo facendo, ma perché l’autore rimase ucciso nella strage di Bologna, proprio alcuni anni dopo la discussione della sua tesi al DAMS di Bologna, con Fabrizio Cruciani e Franco Ruffini, che scrissero una introduzione al volume, nel quale è presente anche un contributo fotografico di Maurizio Buscarino. Fu, quello del “Bread and Puppet”, un evento che favorì la nascita di un teatro di protesta, non violento, protesta contro la guerra in Vietnam, a cui avevano aderito il Living, Peter Weiss, a livello ideologico, mentre il collettivo di Schumann aveva fatto ricorso alla festa, col recupero di grandi marionette, manovrate dagli stessi attori che, a loro volta, erano truccati da marionette. Ricordiamo le grandi costruzioni che aprivano i cortei, a vantaggio di un immaginario capace di materializzare i sogni, che spronava la gente a prendere consapevolezza, oltre che a divertirsi interagendo. Diceva Schumann: “Noi vi diamo un pezzo di pane (bread), assieme allo spettacolo delle marionette (puppet), perché il nostro pane e il nostro teatro stanno bene insieme”. Erano gli anni del teatro in rivolta, quello di Els Comediants e del Teatro Campesino, altri collettivi che usavano la festa come atto rivoluzionario e di denuncia contro ogni forma di oppressione.
Sergio Secci, “IL TEATRO DEI SOGNI MATERIALIZZATI. Storia e mito del Bread and Puppet Theatre”. Editore La Casa Usher 2010, pp.110 (usato).








