Nei teatri all’aperto o nelle classiche sale, tutti, sedentari o scarrozzanti, sono sedotti dal mondo epico di dei ed eroi

(di Andrea Bisicchia) – La stagione estiva favorisce i “teatri di pietra” dove, annualmente, vengono realizzate tragedie e commedie classiche, con incursioni nei Poemi omerici, oltre che nell’Olimpo degli Dei chiamati in causa dai poeti, dagli eroi e dai politici.
Sembra che i teatranti non possano fare a meno di loro, considerandoli depositari della sapienza iniziatica alla quale fanno spesso riferimento. Ciò accade nei momenti in cui la creatività, intesa come rispecchiamento della propria contemporaneità, non riesce a trovare una lingua capace di rappresentarla, scegliendo, pertanto, di utilizzare quella antica, non tanto come fonte di dottrina e di conoscenza, quanto per poterla riscrivere, ricorrendo agli adattamenti, alle riedizioni con un nuovo linguaggio, come accadde a Testori con l’Edipus che utilizzò l’archetipo per raccontarci la fine degli scarrozzanti, visto che la Prima attrice lo aveva abbandonato, avendogli preferito un industriale di Meda.
Per Testori, il mondo classico comunicava attraverso il mito, facendo convivere la storia del popolo greco con quella delle loro divinità, con le quali gli eroi erano soliti comunicare, eroi ben diversi da quelli che nella tradizione cristiana venivano chiamati Santi che, in fondo, erano degli uomini impegnati nella difesa della propria fede, la stessa a cui fa riferimento Testori, anche se “sconciata”.
La sapienza divina del mito diventa saggezza divina, qualcosa che ha a che fare con l’etica e i misteri dell’anima, categorie che vengono scelte da chi mette in scena delle tragedie per confrontarle col tragico contemporaneo.
Se guardiamo alle due tragedie scelte dall’INDA, “Aiace” di Sofocle e “Fedra”, dall’”Ippolito” di Euripide, i due registi, Luca Micheletti e Paul Curran, hanno scelto due ambientazioni che rimandano alla contemporaneità, il Pulp, per Micheletti, con tutte la conseguenze del genere scelto, con quell’enorme lenzuolo grondante sangue, con cui vengono avvolti tutti i personaggi e che nel frattempo nasconde un enorme scheletro da fare invidia a Tarantino, i tubi innocenti, con ballatoi, piantati in uno spazio dissestato, per Curran che, utilizzando una enorme faccia di divinità , rimanda al mito, inoltre non mancano i telefonini e, persino, la pistola nella mano di Teseo, oggetti, a dire il vero, un po’ scontati, perché visti più volte sulle scene.
L’umanizzazione del mito fu fatta, la scorsa stagione, dal Teatro Stabile di Torino che contrappose a “Prometeo” e “Medea”, prodotti dall’INDA, “Ifigenia” e “Oreste” mentre quest’anno ha contrapposto “Medea”, come a volere differenziare il rapporto esistente tra teatro all’aperto e teatro al chiuso. Se il primo favorisce le grandi produzioni, a volte anche gigantesche, il secondo sceglie spazi che rimandano più a storie familiari, che a eventi eroici. Sia Valerio Binasco che Eduardo Lidi hanno preferito riguardare il tragico liberandolo dai suoi “fronzoli stilistici” e da ogni spettacolarizzazione, per puntare a un dolore vero che sa di dramma sociale. Hanno, inoltre, rivestito i personaggi con abiti moderni, trasformando, per esempio, Oreste in un giovane psicopatico che sente, sulla pelle, la malattia della sua coscienza. Anche Leonardo Lidi ha utilizzato abiti moderni, facendo di Medea una madre innamorata del proprio marito e dei propri figli, quasi una casalinga che soffre di essere stata abbandonata.
Per quanto riguarda le traduzioni, Binasco ha utilizzato la drammaturgia di Micol Jalia, mentre Lidi si è affidato alla traduzione di Umberto Albini, filologo classico, già Presidente dell’INDA, ben consapevole che la lingua dei classici non possa fare a meno di essere percepita da un pubblico contemporaneo, sia in un teatro all’aperto che in un teatro al chiuso.